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BERLINALE 2026 Berlinale Special

Recensione: TUTU

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- BERLINALE 2026: Sam Pollard dipinge un ritratto ricco di sfumature di una delle figure chiave nella lotta per i diritti delle persone nere, che risuona oggi con particolare forza

Recensione: TUTU

Il cineasta statunitense Sam Pollard si è fatto conoscere come stretto collaboratore, montatore e coproduttore di Spike Lee e, tra i suoi 75 crediti come produttore, figurano recenti successi documentari come Natchez e The Perfect Neighbor. Da regista, il suo lavoro si è quasi sempre concentrato su temi legati all’esperienza afroamericana e ai diritti umani portati avanti da grandi figure politiche e culturali, come in MLK/FBI, Citizen Ashe e South to Black Power. Ora approda alla sezione Special della Berlinale con la prima mondiale di TUTU, un ritratto profondamente emozionante e ricco di sfumature di una figura centrale della lotta anti-apartheid in Sudafrica, che fu anche vescovo, teologo e premio Nobel.

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Il film di Pollard arriva in un momento storico che ci spinge a fare un passo indietro e a guardare con maggiore attenzione e sfumatura all’arcivescovo Desmond Tutu, una delle figure più significative nella lotta per i diritti delle persone nere. Nella forma, è un classico documentario biografico, composto da materiali d’archivio e interviste: un’opera vivace, coinvolgente e, a tratti, potente.

Invece di adottare un approccio cronologico, Pollard intreccia un racconto che ci mostra l’uomo dietro il nome. Molto del materiale non era mai stato visto prima e proviene dall’autore-produttore Roger Friedman e dal giornalista Benny Gool. Nel 1996 furono incaricati di seguire i lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica, presieduta da Tutu, e nel 2000 ottennero pieno accesso a lui e alla sua famiglia per la realizzazione di un documentario televisivo che non si concretizzò mai.

Friedman è anche tra gli intervistati più lucidi del film, e il suo rapporto con Tutu e con sua moglie Leah ci offre pure uno spaccato della dinamica di coppia. Il documentario va avanti e indietro nel tempo e nello spazio: dall’infanzia di Tutu in una township povera, ai suoi anni al King’s College London negli anni Sessanta, quando incontrò per la prima volta una società in cui si sentì percepito come un essere umano, fino al ritorno in Sudafrica, dove divenne il primo vescovo nero della Chiesa anglicana a Johannesburg e, in seguito, il primo arcivescovo nero a Città del Capo.

Il racconto non sarebbe completo senza i segmenti su Steve Biko e Nelson Mandela. L’attivismo del primo e la sua brutale morte mentre era sotto custodia della polizia hanno influito sul lavoro di Tutu; con il secondo condivise visioni e battaglie. Il film include testimonianze di diversi collaboratori chiave e contemporanei di Tutu, spostando la prospettiva tra il personale e il politico. Particolarmente attuale è la parte sull’influenza esercitata dall’arcivescovo su Senato e Congresso degli Stati Uniti, che li portò a scavalcare il veto di Reagan sulle sanzioni economiche contro il governo del Sudafrica. Con perizia e chiarezza, Pollard limita al minimo lo spazio dato agli esponenti dell’apartheid e offre un ritratto senza compromessi di Frederik Willem de Klerk, che liberò Mandela e avviò nel 1990 i negoziati per porre fine all’apartheid. Ma non si sottrae nemmeno a mostrare immagini disturbanti di violenza all’interno della comunità nera sudafricana.

Il materiale che restituisce davvero la personalità privata di Tutu, vivace, brillante ed esuberante, arriva da una festa di compleanno a Soweto nel 2001, mentre gli estratti dei suoi discorsi e delle sue interviste completano il ritratto di un uomo caparbio ed empatico che fu inviato delle Nazioni Unite per Israele e Palestina – e la decisione di Pollard di includerlo nel montaggio magistrale che chiude il film non è certo casuale.

TUTU è una coproduzione di Universal Pictures Content Group e della britannica HLP Studios, e Cinetic Media detiene i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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