Recensione: Traces
- BERLINALE 2026: Le registe ucraine Alisa Kovalenko e Marysia Nikitiuk affrontano il tema della violenza sessuale sulle donne in tempo di guerra nel loro Paese

Dal suo primo film autobiografico Alisa in Warland (2015), fino a My Dear Theo [+leggi anche:
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scheda film], dello scorso anno, la regista ucraina Alisa Kovalenko si è affermata con costanza nel cinema documentario come una delle osservatrici e testimoni in prima persona più dirette e acute di ciò che il suo Paese sta attraversando. È nota come la prima sopravvissuta ucraina a violenza sessuale correlata ai conflitti (CRSV) ad aver parlato pubblicamente dopo il crimine subito nel 2014 mentre faceva volontariato nel Donbass. Coerentemente, nel suo quinto film, Traces, co-diretto con Marysia Nikitiuk (When the Trees Fall [+leggi anche:
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intervista: Marysia Nikitiuk
scheda film]) e appena presentato in prima mondiale alla Berlinale, nella sezione Panorama, la Kovalenko affina con cura e delicatezza il suo approccio.
Nel documentario prendono la parola diverse sopravvissute provenienti dal Donbass, Kherson e Kiev, ma la protagonista principale è Iryna Dovhan, che ha fondato il ramo ucraino di SEMA, la Rete globale di vittime e sopravvissuti per porre fine alla violenza sessuale in tempo di guerra. La testimonianza personale di Dovhan, resa in voice-over mentre si prende cura delle piante del suo giardino, apre il film, e capiamo subito dove Kovalenko e Nikitiuk vogliono condurci. Le immagini che fanno da contrappunto ai racconti delle sopravvissute spaziano da quelle direttamente simboliche (come un campo di girasoli morti, un albero in fiamme o l’edificio di una scuola distrutto) a quelle tattili (mani che toccano i fori di proiettile su un muro o che plasmano una scultura d’argilla) fino a inquadrature che mettono a contrasto la brutalità di ciò che queste donne hanno vissuto con la pioggia che batte delicatamente su un patio o il sole che filtra tra il fogliame mentre cala lentamente.
Spesso vediamo le protagoniste sedute nell’ombra o sdraiate su un letto al buio, di solito in campo medio, mentre le loro voci fuori campo raccontano le esperienze vissute. Ma queste storie non contengono molti dettagli scioccanti. È l’aspetto bellico della violenza sessuale che interessa alla regista, e il modo in cui viene usata in maniera sistematica come arma. Il fatto che tutte e sei le donne che parlano nel film – Iryna, Tetiana, Mefodiivna, Galyna, Olha e Nina – siano di mezza età o più anziane indica chiaramente che questi casi di stupro - sempre perpetrati sotto minaccia diretta delle armi (è difficile sopravvalutare l'importanza dell'uso fisico della canna di un fucile) e compiuti prevalentemente da uomini abbastanza giovani da poter essere loro figli - non sono affatto casuali.
La seconda parte del film si concentra su come Iryna, Tetiana e Mefodiivna stiano aiutando vittime che non sono nemmeno a conoscenza del supporto medico e psicologico a cui potrebbero avere accesso. Traces è un titolo calzante: più di ogni altra cosa, parla della guarigione delle protagoniste e della riconquista di autodeterminazione e dignità come donne e come esseri umani. Un’altra traccia, conseguenza del suo lavoro, è il cancro contro cui Iryna sta lottando.
Il sound design di Mariia Nesterenko e Maciej Amilkiewicz e la colonna sonora di Wojciech Frycz sostengono gran parte del lavoro e spesso si confondono l’uno con l’altra. A tratti si odono esplosioni o porte pesanti che si chiudono, basse sotto le voci fuori campo, mentre la delicata musica per archi e organo è sempre più punteggiata da echi di sospiri e grida di voci femminili: un climax finale che si sviluppa verso un crescendo full orchestra.
Traces è prodotto dall'ucraina 2Brave Productions, in coproduzione con la polacca Message Film e in associazione con Arte France, SEMA Ukraine e Dr. Denis Mukwege Foundation. La francese Stranger Films Sales gestisce le vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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