Recensione: Home Stories
- BERLINALE 2026: Il terzo lungometraggio di Eva Trobisch è un complesso mosaico familiare che intreccia il personale, il politico e il culturale all’interno dello specifico contesto della Germania dell’Est

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scheda film], un complesso mosaico familiare costituito da una moltitudine di linee narrative e costellato di dettagli culturali e psicologici che suggeriscono possibili interpretazioni ma che non sembrano immediatamente traducibili per il pubblico internazionale.
L'attenzione si sposta da un membro della famiglia all'altro, ma la narrazione è incorniciata dall'audizione e dalla partecipazione della sedicenne Lea (la luminosa esordiente Frida Hornemann) a un talent show. Vive nella piccola cittadina storica di Greiz, in Turingia, nella profonda Germania orientale, con la madre, Rieke (Gina Henkel), e il suo nuovo compagno, che è anche il padre del bambino in arrivo e il preside della sua scuola. Ma lei prova risentimento verso la mamma e vuole andare a vivere con il padre, Matze (Max Reimelt, che spicca in un cast nel complesso solido), nel grande albergo con scuderie di proprietà dei suoi genitori, Christel (Rahel Ohm) e Friedrich (Peter René Lüdicke).
L'intera famiglia si riunisce per festeggiare il successo di Lea sul prato del suddetto luogo, che da tempo non vede ristrutturazioni né accoglie molti ospiti. Conosciamo la sorella di Matze, Kati (Eva Löbau), direttrice del museo locale e modello per la ragazza, che sta per spendere una cospicua somma di denaro pubblico – significativamente proveniente dal governo dell'ovest – per la sua ristrutturazione, fonte di un'amara e subdolamente espressa frustrazione per Christel, convinta che i fondi sarebbero meglio impiegati a sostegno di piccole attività come la sua. Nel frattempo il cugino di Lea, di poco più grande, Edgar (Florian Geisselmann), protesta perché l'hotel ospiterà un congresso politico di destra.
Il politico e il personale si intrecciano attraverso molte diramazioni del racconto – in particolare le differenze di posizioni e percezioni tra uomini e donne nel contesto della Germania orientale. Ma per quanto il direttore della fotografia Adrian Campean e la montatrice Laura Lauzemis seguano con perizia le diramazioni alternate della complicata sceneggiatura della Trobisch, molte sfumature psicologiche e culturali andranno perdute per il pubblico internazionale.
Ciò che non andrà perduto sono le linee più generali di risentimento e aggressività passiva all'interno della famiglia, le cui origini risalgono probabilmente a decenni prima, se non addirittura ai mutamenti sociali dei tempi dei genitori e dei nonni di Christel. Alcune di queste emergono, ma molte restano trattenute e represse, e solo Matze a tratti manifesta direttamente rabbia, ma anche dolcezza e lealtà. Un sottile culmine emotivo del film è l'incontro tra lui e il nuovo compagno di sua moglie nel reparto maternità.
Lea rimane l'ancora emotiva per lo spettatore potenzialmente spaesato ed è colei che, almeno per un momento, riunisce la famiglia in una sorta di unione tesa. La sua interpretazione di Fix You dei Coldplay è imperfetta, dolce e grezza, e potrebbe essere un elemento che trascende le barriere culturali, ma non può completare il quadro generale.
Home Stories è prodotto dalla monacense Trimafilm, in coproduzione con le società tedesche if…Productions, Komplizen Film e ZDF/ARTE, mentre The Match Factory detiene i diritti internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
Photogallery 19/02/2026: Berlinale 2026 - Home Stories
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© 2026 Dario Caruso for Cineuropa - dario-caruso.fr, @studio.photo.dar, Dario Caruso
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