Recensione: The Loneliest Man in Town
di David Katz
- BERLINALE 2026: La commedia di docufiction di Tizza Covi e Rainer Frimmel ci introduce nel mondo del bluesman austriaco Al Cook

“I guess that’s why they call it the blues,” cantava un musicista molto diverso da quello qui ritratto. In effetti, i co-registi Tizza Covi e Rainer Frimmel sanno che il blues è uno stato d’animo tanto quanto un genere musicale, e Al Cook (ovvero Alois Koch, che interpreta sé stesso), l’impavido protagonista del loro nuovo film The Loneliest Man in Town [+leggi anche:
intervista: Tizza Covi e Rainer Frimmel
scheda film], ne è affetto in modo acuto. E dopotutto è proprio questo a renderlo così autentico, nonostante non abbia mai nemmeno visitato il luogo d’origine di questa musica, nel sud degli Stati Uniti. Spesso divertente quanto malinconico, il nuovo lungometraggio della coppia di cineasti austriaci ha debuttato nel concorso principale della Berlinale.
Giusto complemento al film di Covi e Frimmel vincitore di Orizzonti a Venezia, Vera [+leggi anche:
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intervista: Tizza Covi, Rainer Frimmel
scheda film], che il film sia classificabile come finzione o documentario è assolutamente discutibile, se non addirittura irrilevante. Nelle prime interviste, i due si sono limitati a definirlo un “lungometraggio”, ben sapendo che, se lo si incasella in uno dei due termini suddetti, si spegnerebbe la piacevole ambiguità. Se il loro modus operandi può evocare un Ulrich Seidl molto meno provocatorio, date le loro origini austriache, il film ha una genuina affinità con leggende del cinema statunitense contemporaneo come Sean Baker e i Safdie (e, per inciso, Baker ha scritturato la protagonista di Vera, Vera Gemma, per il suo prossimo film).
Così, mentre osserviamo Cook affrontare la sua solitudine e le difficoltà della vita, non siamo certi se gli eventi siano una rievocazione romanzata o un artificio, e questa confusione è sicuramente intenzionale. In ogni caso, il conflitto principale nasce quando una losca società immobiliare vuole riqualificare il suo condominio viennese, dove lui sembra essere l’unico residente rimasto. Ma non è esagerato affermare che Cook e l’edificio siano un tutt'uno: nel seminterrato c’è il suo studio fai-da-te, curato con amore, oltre a un archivio meticolosamente mantenuto di tutti i suoi dischi e cimeli di carriera.
Per il resto, la sceneggiatura, attribuita esclusivamente a Covi, non insiste nemmeno sul fatto che si tratti di una svolta così desolante degli eventi. Per citare ancora le dichiarazioni sue e di Frimmel, la carriera di Cook – considerato che è estremamente talentuoso, come mostrano gli estratti di canzoni registrate e le esibizioni dal vivo, diegetiche – è stata forse ostacolata dalla sua assoluta fedeltà ai valori della vecchia scuola, per non parlare degli aspetti rétro della sua musica. Sebbene pianga ancora profondamente la moglie scomparsa, Silvia, riprende timidamente i contatti con una vecchia fiamma, Brigitte (Brigitte Meduna), e la vita va avanti, come se fosse un cantastorie che trasporta la sua custodia per chitarra lungo un sentiero polveroso.
The Loneliest Man in Town potrebbe fare la gioia dei fan di Aki Kaurismäki; e se al maestro finlandese è stato rimproverato, negli ultimi film, un certa ripetitività, l’ancoraggio “documentario” più contemporaneo di questo titolo lo rende più vitale e, come i film di Baker, più frizzante e agile, lontano dagli obblighi del realismo sociale. Se ha i suoi difetti, uno scenario standardizzato e umanista e una leggera mancanza di urgenza, beh, questo è il blues. Anche se, con maestri come Al, il blues durerà per sempre.
The Loneliest Man in Town è una produzione austriaca, guidata dalla casa di produzione degli stessi registi, Vento Film. Le vendite internazionali sono affidate a Be for Films.
(Tradotto dall'inglese)
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