Recensione: A Family
di Marta Bałaga
- BERLINALE 2026: Il regista olandese Mees Peijnenburg offre un racconto angosciante di un divorzio visto attraverso gli occhi dei figli adolescenti

È la sfida più grande in un divorzio o separazione: fare ciò che è meglio per i figli. Nel semplice ma toccante A Family di Mees Peijnenburg, selezionato alla Berlinale in Generation 14plus, dove ha ottenuto una menzione speciale, questo concetto conta ben poco. Due persone che un tempo stavano insieme riescono a malapena a stare nella stessa stanza, figurarsi accorgersi di ciò che il loro odio sta facendo ai due figli, l’adolescente Nina (Celeste Holsheimer) e il leggermente più giovane Eli (Finn Vogels). Quanto a storie in cui è facile riconoscersi, questa non avrà alcuna difficoltà a trovare il suo pubblico, perché in tanti vivono la stessa cosa.
Le cose sono andate così male, infatti, che entrambi i fratelli stanno già vedendo uno psicologo. “Voglio una casa in cui mi senta bene”, dice Nina. “Non voglio che litighino”, aggiunge il fratello. Ma niente tornerà alla normalità tanto presto, perché i loro genitori (interpretati da Pieter Embrechts e la star de Il trono di spade Carice van Houten) sono solo all'inizio. Passano dall’esagerare nel voler compiacere (ricordandosi all’improvviso di un regalo che uno dei figli desiderava tantissimo) a una scenata perché l’ex partner arriva con 11 minuti di ritardo. Sulla carta dovrebbe essere giusto vivere in due case diverse e passare del tempo con entrambi i genitori, ma in realtà è solo estenuante.
Detto ciò, Nina non è del tutto sola. Ha una fidanzata – anche se questa linea narrativa appare poco sviluppata – e all’improvviso è terrorizzata. E se finissero per essere proprio come i suoi genitori? “Ma noi non siamo come loro,” si sente dire. Eppure, chi può dirlo davvero?
Peijnenburg è bravo a mostrare che quando gli adulti pensano di essere discreti, in realtà non lo sono affatto. Questi ragazzi sentono e vedono tutto. Sanno già riconoscere quando sta per arrivare il prossimo scatto d’ira, ma questo non li rende più calmi. Il padre urla al telefono “stronza avida”, poi torna a fare conversazione e a sgranocchiare patatine. Quando Nina inizia ad avere attacchi di panico, molti spettatori potrebbero già provare qualcosa di simile. È un film stressante.
Il film si impegna anche a esplorare davvero ciò che i due stanno attraversando. A un certo punto, A Family passa dalla prospettiva di Nina a quella del fratello, colmando alcune lacune ma anche restituendo quanto sia spaventoso sentirsi senza speranza da bambini o da adolescenti. È agrodolce, perché questa famiglia non può essere salvata e riportata a com’era prima. Il miglior esito possibile è che questi fratelli, inizialmente piuttosto distanti, imparino alla fine a trovare rifugio l’uno nell’altro, più che nei genitori.
A Family è prodotto da Juliet at Pupkin (Paesi Bassi) e coprodotto da The Reunion (Belgio). Le vendite internazionali sono curate da Paradise City Sales.
(Tradotto dall'inglese)
Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.























