Recensione: Isabel
di David Katz
- BERLINALE 2026: Marina Person interpreta una sommelier insoddisfatta ma ambiziosa nella sofisticata commedia drammatica di Gabe Klinger ambientata a San Paolo

Avanti, immergetevi nel dolce tramonto di San Paolo. Prendete un bel calice di vino naturale. La serata è appena agli inizi, ma l’atmosfera è placida. Sono questi i garbati suggerimenti del secondo lungometraggio di finzione di Gabe Klinger, Isabel [+leggi anche:
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intervista: Gabe Klinger e Marina Person
scheda film], presentato questa settimana nella sezione Panorama della Berlinale; ma non è affatto un film accomodante. Trasformando con successo gli anni passati nelle trincee della cinefilia più dura e pura, dopo un apprezzato lavoro come critico e programmatore, in un’autentica carriera da regista, Klinger mostra una dote ben affinata per il controllo del tono e l’osservazione sociale in questo racconto conciso su un’esperta di vini che spera in qualcosa di più nella vita e nel lavoro, con sogni che si affievoliscono ma non si spengono.
Sebbene Klinger sia cresciuto a Chicago e sia tornato solo di recente nel Paese natale, questo è un film radicato nel locale, con Marina Person (attrice ed ex VJ di MTV Brasil) che dà corpo alla protagonista e a un particolare spaccato urban-cool di San Paolo passato al microscopio. Isabel lavora come sommelier in un ristorante due stelle Michelin, ma essendo una sorta di esperta nazionale di vini naturali, avendo pubblicato in passato un libro sull’argomento, desidera liberarsi dai gusti del suo capo snob, Tommaso (Marat Descartes), e aprire un proprio wine bar, più raccolto, dove poter godere di pieno controllo creativo. Pur convivendo con il francese Fred (Gregory Chastang), DJ a tempo perso, prova una certa chimica con Pat (il grande caratterista e habitué di Michael Mann John Ortiz), potenziale investitore statunitense del suo progetto, che incontra quando cena al ristorante, e con Nico (Caio Horowicz), un aiuto sommelier a cui si confida, che prende sotto la sua ala e che alla fine assume per conto proprio.
Come in Late Fame di Kent Jones, un’altra solida anteprima festivaliera firmata da un ex critico, si possono leggere le frustrazioni di Isabel come il desiderio di un riconoscimento tardivo, in un settore di alto profilo dove lei resta ai margini. E data la struttura piuttosto borghese della trama e dei personaggi, è un raro film che guarda a quella fascia sociale per quello che è, senza scherno né satira. Sarebbe un caso rarissimo nel cinema statunitense e britannico, ma qui affiora un’affinità con i film di Éric Rohmer sulle esitazioni di mezza età, uno dei pochi riferimenti cinematografici (tra cui anche Frances Ha, Hong Sang-soo e Aquarius [+leggi anche:
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scheda film] di Kleber Mendonça Filho) miscelati in un cocktail che va oltre il giochino cinefilo del riconoscimento delle citazioni.
Sideways, il più famoso film sul vino precedente (e forse di sempre), era come tracannare mezza bottiglia: una discesa nell’euforia e nell’indulgenza della dipendenza dall’alcol. Qui il vino naturale è più che altro uno stimolo alla conversazione e a un’introspezione non troppo tormentata, e un emblema della comprensione dei prodotti specializzati e concreti di una grande azienda. Isabel è un tantino esile, e più facile da trovare divertente che da amare davvero, ma la sua misura è quella di un calice versato a puntino.
Isabel è una coproduzione tra Brasile e Francia, messa in piedi da RT Features, A Major Production e Urban Factory. Urban Sales ne rappresenta i diritti internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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