Recensione: Tienimi presente
- Con affilata autoironia e malinconica leggerezza, l’esordiente Alberto Palmiero coniuga smarrimento generazionale ed esperienza artistica

Comincia con un pitch al Venice Production Bridge Tienimi presente, opera prima di Alberto Palmiero, nelle sale italiane dal 26 febbraio distribuito da Fandango, ventisettenne di Aversa che ha studiato regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Il progetto si chiama Il supplente, e il produttore Gianluca Arcopinto — qui nei panni di sé stesso — lo avvicina entusiasta dopo la presentazione: "Ho trovato il tuo progetto molto interessante". Peccato che un secondo dopo stia dicendo le stesse identiche parole ad un altro partecipante, e che di Il supplente non si farà nulla. È la prima, perfetta gag di un film che costruisce il suo umorismo sullo spazio che separa aspirazione e realtà.
Il tema non è nuovo. Lo aveva esplorato Nanni Moretti con Sogni d'oro [+leggi anche:
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scheda film] e, prima ancora, Fellini con 8½. Ma Alberto non è un maestro in crisi: è un esordiente che non riesce nemmeno a partire. Il suo smarrimento è generazionale prima che individuale, e questo lo avvicina semmai ai registi della Nouvelle Vague, da Truffaut a Godard, che usavano la macchina da presa per fare i conti con sé stessi e con il proprio rapporto col cinema. Alberto non molla la presa e si candida persino come comparsa nella serie Portobello [+leggi anche:
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intervista: Marco Bellocchio
scheda series] diretta da Marco Bellocchio — che appare nei panni di sé stesso ed è anche co-produttore del film assieme ad Arcopinto.
Sette mesi dopo, Alberto è tornato ad Aversa, in Campania. La sua provincia lo accoglie con piccole umiliazioni: a Pasqua viene seduto al tavolo dei bambini su una seggiolina da asilo, mentre il cugino emigrato in Svizzera guadagna cinquemila franchi al mese. "Ci sguazzi nella malinconia", gli dice qualcuno. Lui non nega.
Palmiero gira con pochissimi mezzi, amici e parenti nei ruoli di sé stessi - la recitazione è naturale, istintiva - in una sovrapposizione metacinematografica tra finzione e realtà che ricorda, per la povertà produttiva che si eleva ad autorialità, certe promettenti opere prime. La gag sull'altezza dei registi - “Sorrentino 180 cm, Garrone 179. Ma Scorsese è 163” - sintetizza in modo fulminante il complesso di inadeguatezza del protagonista.
A Napoli, dove si festeggia lo scudetto, incontra Gaia (Gaia Nugnes), studentessa di psicologia. I momenti romantici — le tartarughe che depongono le uova sulla spiaggia di Castel Volturno — sottolineano il legame con la terra e l'impossibilità di restarci. Un amico parte per Milano appena diplomato al conservatorio per assicurarsi un lavoro. Un altro, che in passato lo aveva aiutato a trovare un posto da informatico, si rifiuta ora di fare lo stesso: non per indifferenza, ma per convinzione, perché Alberto deve perseguire il suo sogno di diventare regista. "L'importante è che ti faccia sentire vivo". I genitori sono apprensivi ma comprensivi, gli amici sono la coscienza l'uno dell'altro, e il film ha la sensibilità di non giudicare nessuno di loro.
Quando Alberto dice a Gaia "ho paura di deludere le tue aspettative", parla di lei ma anche del cinema e di sé stesso. E quando al canile sceglie il cane più brutto di tutti, il gesto ha la logica di chi si sente underdog ma sa perfettamente cosa vuole. Premio miglior opera prima alla Festa del Cinema di Roma, Tienimi presente ha trovato la forma giusta per una storia solo apparentemente autocentrata ma in realtà abbastanza (auto)ironica da non essere mai compiaciuta, e con una certa malinconia universale.
Tienimi presente è una produzione di Kavac Film in collaborazione con Rai Cinema.
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