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BERLINALE 2026 Forum

Recensione: Sometimes, I See Them All at a Party

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- BERLINALE 2026: Il documentario di Daniela Magnani Hüller è un film autobiografico complesso, emozionante e diretto che dipinge il femminicidio come un problema sistemico

Recensione: Sometimes, I See Them All at a Party

Quando aveva 17 anni, la cineasta tedesco-brasiliana Daniela Magnani Hüller sopravvisse a un tentato femminicidio. Oggi, quindici anni dopo, esordisce al Forum della Berlinale con Sometimes, I See Them All at a Party, un film autobiografico formalmente complesso, sensibile e decisamente diretto, che ha condiviso la menzione speciale nella categoria miglior documentario alla Berlinale con TUTU [+leggi anche:
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Nel suo ultimo anno di liceo, Magnani Hüller fu oggetto di avances indesiderate, stalking, minacce e, infine, di un'aggressione con un coltello da parte di un compagno di classe. All'inizio del film, in voce fuori campo, racconta l'assalto sulle immagini di una fermata dell'autobus a Monaco di Baviera, di notte. I dettagli sono del tutto impressionistici; conta ciò che provava e ciò che le passava per la testa mentre correva verso tre persone ferme per strada, che in sostanza la liquidarono.

Il film intreccia diverse linee narrative, e il direttore della fotografia Noah Böhm impiega una vasta gamma di tecniche di ripresa. Nel registro più documentario, girato in digitale ad alta risoluzione, Magnani Hüller parla con persone coinvolte all'epoca: una poliziotta, un medico, un'insegnante, una compagna di scuola e una consulente legale del suo istituto che l'ha accompagnata all'udienza in tribunale. Alcune di queste scene si svolgono in grandi sale d'attesa vuote che potrebbero appartenere a un tribunale o a un ospedale, dove lei siede con loro a un tavolo, di spalle alla macchina da presa. Non vediamo mai completamente il suo volto, se non in alcune fotografie della sua giovinezza all'inizio del film e in una breve scena proprio alla fine. Questo indica la sua vulnerabilità e, attraverso queste conversazioni, apprendiamo in prima persona come le donne vengano lasciate senza protezione e guardate con sospetto - dalla famiglia e dalla scuola fino ai sistemi legale, sanitario e giudiziario.

In parallelo, la regista rievoca i suoi ricordi su immagini astratte o simboliche girate in digitale a bassa risoluzione, in 16mm e in Super 8: un muro giallo sfocato con un filo penzolante, il riflesso di un orologio da polso sul soffitto, una farfalla morta fissata con gli spilli su un pannello… Queste immagini si collegano alle sue esperienze e ai suoi sentimenti successivi all'aggressione - l'immagine di sé, la paura e la lotta con la salute mentale - ma non mancano segmenti più caldi. Il titolo del film si riferisce a tutte le donne che non sono sopravvissute al femminicidio, che lei evoca vividamente, suggerendo che potrebbe essere presente anche un senso di colpa della sopravvissuta.

Quando Magnani Hüller viaggia in Brasile per ritrovare la sua sorellastra, la Monaco grigia e asettica lascia il posto alla vibrante Rio e a una natura rigogliosa, con un'attenzione agli elementi tattili, a suggerire una rinascita, o quantomeno un tentativo di rinascita. Ma un colpo di scena finale, crudele e capace di far montare la rabbia, ribadisce con forza il femminicidio come una questione sistemica, che si estende ben oltre la ritraumatizzazione che il sistema legale impone alle vittime.

Non c'è una colonna sonora, a parte un paio di canzoni brasiliane e una stridente improvvisazione al sassofono, ma il sound design di Andrew Mottl è dettagliato e utilizzato con precisione, spaziando dal naturalistico all'impressionista. Anche se la moltitudine di tecniche di ripresa non sembra del tutto necessaria, la montatrice Melanie Jilg le combina sapientemente.

Il film di Magnani Hüller è profondamente coraggioso e dolorosamente personale, ma, cosa ancora più importante, accusa senza esitazione non solo il sistema, ma la società e la cultura in generale, attraverso la testimonianza della sua esperienza personale. Pur nella sua sensibilità, nelle emozioni e nell'uso di immagini astratte, si tratta di un'opera di cinema documentario sobria e altamente riuscita, molto diretta. 

Sometimes, I See Them All at a Party è prodotto dalla società con sede a Colonia Bildersturm Filmproduktion, in coproduzione con ZDF e University of Television and Film Munich.

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(Tradotto dall'inglese)

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