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INDUSTRIA / MERCATO Italia

Pordenone Docs Fest riflette sulla circuitazione del documentario italiano tra dati Cinetel e nuovi modelli di circolazione condivisi

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- L’evento ha inoltre presentato la versione beta di nuova piattaforma capace di mettere in contato esercenti, autori e distributori independenti, centralizzando dati ed operazioni commerciali

Pordenone Docs Fest riflette sulla circuitazione del documentario italiano tra dati Cinetel e nuovi modelli di circolazione condivisi
Un momento della tavola rotonda (© Elisa Caldana/Pordenone Docs Fest)

Nel corso della tavola rotonda industry Nuove Prospettive – Costruire un ecosistema condiviso per la circuitazione del documentario, ospitata nel corso dell'ultimo giorno del Pordenone Docs Fest (25-29 marzo), i riflettori sono stati puntati su un paradosso sempre più evidente: da un lato, il documentario in sala in Italia sta vivendo una fase di crescita significativa; dall’altro, la maggior parte delle opere continua a incontrare enormi difficoltà nell’arrivare davvero al pubblico.

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Ad aprire l’incontro è stato Marco Fortunato, responsabile della programmazione di Cinemazero, che ha ribadito il metodo perseguito negli anni dal percorso industry del festival: non limitarsi al confronto teorico, ma “provare a mettere sul tavolo soluzioni concrete”, puntando sulle connessioni tra i diversi segmenti della filiera e su strumenti snelli, capaci di agevolare il lavoro di esercenti, autori e piccoli distributori.

Il punto di partenza, però, non potevano che essere i numeri. Giorgio Bigoni, direttore operativo di Cinetel, ha presentato un quadro molto incoraggiante: nel 2025 i documentari hanno totalizzato in Italia oltre €11,6 milioni di box office e più di 1,5 milioni di spettatori, segnando il miglior risultato dall'inizio delle rilevazioni Cinetel. I dati mostrati a Pordenone indicano inoltre che il documentario ha rappresentato il 2,4% degli incassi complessivi del mercato e il 23,4% delle nuove uscite, con 419 titoli distribuiti nel corso dell'anno.

Proprio quest’ultimo dato, tuttavia, è stato al centro di una riflessione critica. Bigoni ha sottolineato come l’offerta sia ormai molto ampia, ma fortemente polarizzata. Solo 48 titoli, pari all’11,5% dei documentari usciti nel 2025, sono arrivati in più di 50 cinema, eppure hanno generato oltre il 90% del box office complessivo del genere. Ancora più eloquente il caso delle uscite evento: rappresentano appena l’8,8% dei titoli, ma valgono oltre il 37% degli incassi dei documentari, con una media per film quasi cinque volte superiore a quella delle uscite tradizionali.

Su questo punto è intervenuto Michele Zanlari, direttore commerciale di Tucker Film, Europictures e Officine Ubu, invitando a leggere quei numeri con cautela. “Il dato Cinetel è nudo”, ha osservato, perché non restituisce da solo il contesto economico che accompagna molte uscite evento: investimenti marketing più elevati, prezzi dei biglietti più alti e, in alcuni casi, meccanismi di “pieno per vuoto” che finiscono per alterare la percezione della performance. In altre parole, secondo Zanlari, il successo delle uscite evento non può essere assunto automaticamente come indicatore dello stato di salute dell’intero comparto documentario.

Il vero nodo, emerso con forza durante il confronto, resta dunque quello della circolazione. Bigoni ha ricordato che l’88,5% dei documentari resta sotto la soglia delle 50 sale e che, spesso, i titoli più piccoli non riescono neppure a entrare realmente nel mercato. Da qui nasce l’idea di una nuova piattaforma promossa dal festival ed introdotta da Fortunato, pensata come strumento per mettere in contatto sale, autori e distributori indipendenti, centralizzando schede film, materiali promozionali, dati tecnici, richieste di proiezione, negoziazione economica e gestione amministrativa. Presentata ancora in fase beta, la piattaforma è stata illustrata rapidamente come un’infrastruttura leggera, destinata a essere testata per un anno prima di un possibile lancio a regime nel 2027.

Più che sulle sue funzioni tecniche, il dibattito si è concentrato su ciò che uno strumento del genere potrebbe risolvere. Marte Puck Bernardi, esercente del Cinema Teatro Galliera di Bologna, ha spiegato con chiarezza quanto sia diventato ingestibile il flusso di proposte per le sale indipendenti. “Io voglio vedere una sinossi che potrei già pubblicare su un sito, un trailer, uno screener”, ha detto, aggiungendo che spesso mancano perfino i materiali di comunicazione di base. Per Bernardi, un aggregatore del genere sarebbe prima di tutto un “strumento salvatempo, salvavita”.

Accanto alla questione pratica, è emersa anche una riflessione più ampia sul modello di sistema. Zanlari ha denunciato il rischio di ragionare ancora secondo una logica “a somma zero”, in cui i diversi operatori si contendono un bacino fisso di spettatori anziché lavorare per ampliarlo. Da qui la sua proposta di un’“intelligenza relazionale” capace di trasformare la piattaforma non solo in un database, ma in uno spazio di scambio di informazioni, raccomandazioni e feedback tra esercenti, distributori e autori.

Su una linea simile si è mosso Alessandro Rossi, regista e rappresentante di 100Autori, secondo cui oggi il tema non è soltanto “fare sistema”, ma costruire “rapporti orizzontali fra tutti quanti collaborano alla stessa idea di cinema”. Rossi ha inoltre insistito sul fatto che uno strumento tecnologico potrebbe rivelarsi decisivo soprattutto per i più giovani e per i soggetti meno strutturati, che si trovano ad affrontare un contesto produttivo sempre più fragile.

Nel breve Q&A finale sono emersi altri due punti utili in ottica industry: la necessità di prevedere filtri e verifiche per evitare abusi o forme di auto-legittimazione artificiale all’interno del catalogo, e quella di accompagnare la piattaforma con una funzione quasi formativa, capace di guidare autori e piccoli produttori nella preparazione corretta dei materiali, nella classificazione delle opere e nella comprensione dei passaggi indispensabili per arrivare in sala.

In definitiva, il panel ha mostrato con chiarezza che il documentario italiano può ormai vantare numeri piuttosto solidi e talvolta sorprendenti, ma che la crescita aggregata non basta. Il problema non è solo quanti documentari escano, ma quali riescano davvero a circolare, come e grazie a quali relazioni.

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