Recensione: Joan of Arc
di Olivia Popp
- L'islandese Hlynur Pálmason confeziona poco più di un'ora di giocosa magia visiva in questo film complementare a The Love that Remains

Gli spettatori sono invitati a godersi l’intero spettro delle quattro stagioni islandesi nel capitolo più recente della filmografia di Hlynur Pálmason (Godland), Joan of Arc, un’opera che trascende la maggior parte delle descrizioni che se ne possano fare sulla carta. Il regista ha in realtà iniziato a girare Joan of Arc due anni prima di cominciare il suo The Love That Remains, presentato a Cannes, costruendo una piccola casa resistente alle intemperie – situata proprio fuori dalla sua abitazione – in cui piazzare la macchina da presa, consentendogli di puntare un obiettivo perfettamente statico sui mutamenti stagionali e su un tempo burrascoso. Ma Joan of Arc è tutto fuorché statico, grazie al modo in cui il regista gioca con gli strati di colore, luce e suono che permeano il paesaggio islandese.
Il film ha avuto la sua prima mondiale a San Sebastian nel 2025, affiancato da un’installazione dei lavori fotografici e scultorei di Pálmason, presenti anche in The Love That Remains. Conosciuto come opera complementare a questo lavoro più noto, Joan of Arc ha avuto la sua prima islandese allo Stockfish Film & Industry Festival alla presenza del regista (anche autore della sceneggiatura e direttore della fotografia), che poi ha partecipato a un vivace Q&A.
Joan of Arc si apre con momenti di gioco e di finta lotta tra i suoi due figli, Grímur Hlynsson e Þorgils Hlynsson, ai quali si unisce poi la figlia, Ída Mekkín Hlynsdóttir. La loro attività è astratta da qualsiasi contesto esterno, benché il film sia lineare; lo spettatore segue l’avanzamento nella forgiatura della scultura – che battezzano con il nome della figura del titolo – fino alla sua distruzione. La leggera ripetizione nel mostrare le persone che scagliano frecce contro la Giovanna d'Arco completata diventa sempre più umoristica (il pubblico islandese alla prima ha riso ripetutamente come se il film fosse una vera e propria commedia, cogliendo chiaramente ulteriori sfumature di dialogo), ma la comicità non è mai imposta per il gusto della varietà.
Una trascinante cover synth del classico per pianoforte di Claude Debussy, Clair de Lune, diventa sin dall’inizio il fulcro musicale del film, ipnotizzandoci immediatamente con l’evanescenza – ma non la sentimentalità – dell’ambientazione, messa in contrasto con l’apparente quotidianità dei giochi dei bambini. Pálmason usa la macchina da presa per suddividere l’inquadratura in una naturale terna orizzontale – primo piano, piano intermedio e sfondo – che riesce a “manipolare” servendosi degli elementi ambientali per creare ambientazioni estremamente dinamiche. Con la nebbia che si sposta e oscura le montagne, le perturbazioni sonore, i cambiamenti di luce e le precipitazioni mutevoli, il regista islandese attraversa le stagioni come se stesse rovistando in un mazzo di carte da gioco, creando una serie di immagini assolutamente uniche.
Quando gli uccelli entrano nell'inquadratura, iniziano a modificare ulteriormente l'esperienza visiva – come altri esseri viventi che attraversano la scena – e quando i bambini passano dal prato in primo piano al ghiaccio, è come se infrangessero una barriera silenziosa, strappando lo spettatore da una sorta di fantasticheria. Questi minimi cambiamenti sono così sorprendenti da trasformare completamente il modo in cui percepiamo l'immagine. Qui, Pálmason dimostra una maestria inventiva nel montaggio e nella composizione, tanto che la macchina da presa non ha nemmeno bisogno di muoversi – eppure, emerge come una delle opere più attentamente filmate dell'ultimo anno.
Joan of Arc è una produzione di Still Vivid (Islanda) e Snowglobe (Danimarca), coprodotta da Maneki Films (Francia). New Europe Film Sales detiene i diritti per le vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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