I festival italiani rafforzano il loro ruolo territoriale, ma tra tagli e ritardi nell'erogazione dei fondi pubblici il sistema si ridimensiona
- Ciononostante, gli under 35 continuano a rappresentare il 57% delle visioni festivaliere, con i 15-24enni da soli al 32%, secondo una ricerca presentata da AFIC

I festival cinematografici italiani continuano a rappresentare un pilastro dell’offerta culturale e della circolazione di opere non mainstream, ma si trovano oggi a operare in un contesto sempre più complesso, segnato da ritardi nei finanziamenti, ridimensionamenti organizzativi e una trasformazione strutturale dell’esperienza festivaliera.
È quanto emerge dai risultati aggiornati della ricerca SalaFestival. L’alternativa per il territorio, presentata la scorsa settimana da AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema insieme a Ergo Research, con il supporto di Cinetel/CinExpert e della Consulta Universitaria del Cinema. Lo studio, giunto al terzo anno, analizza il rapporto tra manifestazioni, territorio ed esercizio cinematografico, offrendo una fotografia articolata del sistema.
Secondo i dati CinExpert/Cinetel, nel periodo compreso tra febbraio 2025 e gennaio 2026 i festival hanno generato circa 1,84 milioni di visioni legati ai lungometraggi, pari al 2,7% dello sbigliettato complessivo, in calo del 13% su base annua. Un dato che va letto alla luce di una contrazione più ampia dell’attività festivaliera, ma anche della natura discontinua dell’offerta, distribuita a macchia di leopardo nel corso dell’anno.
Nonostante ciò, il pubblico giovane continua a rappresentare il cuore del sistema: gli under 35 generano il 57% delle visioni festivaliere, con i 15-24enni da soli al 32%. Parallelamente, su un bacino complessivo di 27,6 milioni di spettatori italiani attivi tra il 2021 e il 2025, circa 2,5 milioni hanno avuto almeno un’esperienza festivaliera nel periodo post-pandemico.
Uno degli elementi più rilevanti della ricerca riguarda la funzione territoriale dei festival. Oltre il 30% delle manifestazioni porta infatti il cinema in aree prive di sale o in spazi alternativi appositamente allestiti, confermando il ruolo di questi eventi come strumenti di accesso culturale diffuso.
Come evidenziato anche nella ricerca, circa un terzo degli spazi utilizzati dai festival non è costituito da sale tradizionali, ma da location temporanee o ibride. Questo fenomeno rafforza l’idea dei festival come piattaforme di “distribuzione alternativa”, capaci di intercettare film – documentari, animazione, opere indipendenti – spesso esclusi dai circuiti commerciali.
Se da un lato l’offerta culturale rimane ricca, dall’altro emergono segnali chiari di ridimensionamento. Il 37% dei festival dichiara di aver dovuto ridurre attività per rientrare nei budget, con un impatto diretto su personale, durata e ospitalità.
In media, le manifestazioni hanno perso 1,4 giorni di programmazione, mentre il numero di persone coinvolte nella fase organizzativa è calato del 12%. I volontari restano una componente essenziale, rappresentando quasi la metà della forza lavoro durante gli eventi.
Questo ridimensionamento non ha però comportato una riduzione dei contenuti: i festival propongono in media circa 66 titoli e oltre 70 proiezioni, ma registrano un calo delle presenze per singola edizione (da circa 11.000 a meno di 8.000 spettatori medi).
Parallelamente, cresce il numero di eventi collaterali – incontri con talent, attività conviviali, laboratori – che raggiungono una media di oltre 30 per festival (+18%), contribuendo a ridefinire l’esperienza come sempre più “estesa” e relazionale.
Un altro trend significativo riguarda le modalità di accesso. Il modello gratuito torna dominante: il 57% dei festival offre accesso libero senza registrazione, in forte crescita rispetto all’anno precedente.
Se da un lato questa scelta amplia la partecipazione, dall’altro solleva interrogativi sulla sostenibilità economica e sulla capacità di fidelizzare il pubblico, soprattutto in assenza di sistemi di registrazione strutturati. Al contempo, si osserva una leggera flessione dei modelli ibridi (in presenza ed online), con il 72% dei festival che torna a privilegiare l’esperienza esclusivamente in sala.
Il principale elemento critico resta tuttavia quello finanziario. La ricerca evidenzia ritardi diffusi nell’erogazione dei fondi pubblici, in particolare da parte del Ministero della Cultura: oltre il 40% dei festival segnala slittamenti superiori al 50% del budget previsto, spesso con tempi superiori ai sei mesi.
Queste incertezze incidono direttamente sulla pianificazione e sulla sostenibilità delle manifestazioni, costringendo gli organizzatori a strategie conservative e a una continua ricerca di equilibrio tra qualità e risorse disponibili.
“Il sistema festival torna a presentarsi all’esterno con una ricerca dall’innegabile valore analitico”, ha dichiarato Pedro Armocida, presidente AFIC e direttore artistico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, sottolineando come le manifestazioni continuino a sostenere una parte significativa delle visioni cinematografiche e a rafforzare il legame tra pubblico, territori e sale.
In questo scenario, i festival italiani confermano la loro capacità di adattamento, mantenendo un’offerta culturale ampia e diversificata anche in condizioni difficili. Tuttavia, il quadro che emerge è quello di un sistema resiliente ma sotto pressione, in cui la sostenibilità futura dipenderà sempre più dalla stabilità dei finanziamenti e dalla capacità di innovare modelli organizzativi e di relazione con il pubblico.
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