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VISIONS DU RÉEL 2026

Recensione: Heat

di 

- Jacqueline Zünd mette in scena con uno sguardo al contempo clinico e poetico le conseguenze di cambiamenti climatici che sconvolgono nel profondo

Recensione: Heat

Dopo aver affrontato, nel suo primo lungometraggio di finzione Don’t Let the Sun, presentato nella sezione Cineasti del presente di Locarno l’anno scorso, le conseguenze di cambiamenti climatici che stravolgono non solo il mondo nella sua globalità ma anche le relazioni interpersonali, la regista svizzera Jacqueline Zünd, torna al documentario con Heat, selezionato nel Concorso Internazionale lungometraggi di Visions du Réel. Heat affronta nuovamente le tematiche presenti in Don’t Let the Sun trasponendole però nel mondo reale, un mondo distopico dove il calore avvolge tutto come un abbraccio che diventa mortale.

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Ambientato nei paesi del Golfo, dove le temperature possono superare i 50 °C, Jacqueline Zünd mette in scena, con uno sguardo incisivo e penetrante ma mai privo di salvifici momenti di empatia, l’orrore di chi non può permettersi il lusso di proteggersi da un calore che consuma dentro. In Heat, la società è divisa in due gruppi distinti: i pochi privilegiati ancora in grado di proteggersi da un sole diventato nemico e i migranti dei paesi del Sud a cui non resta che sopportare e cercare di lottare, con i pochi mezzi a loro disposizione, contro un caldo che distrugge a poco a poco non solo il loro corpo ma anche la loro mente. Trasformati in fantasmi, in ombre silenziose che sfiorano l’asfalto rovente con passo al contempo deciso e rassegnato, questi esseri umani considerati di seconda categoria cercano di sopravvivere come possono ad un calore soffocante, angosciante, insidiosamente beffardo. Attraverso il suo film, Zünd ridà dignità a questi esseri umani dimenticati, gli permette di esprimere un disagio che li consuma interiormente, come il sole stesso. Che si tratti di un addetto alle consegne a cui è rifiutato l’accesso alle sale climatizzate dei ristoranti per i quali lavora, di una ragazza impiegata come cameriera in un bar igloo dove il suo corpo è devastato da ripetute sessioni di congelamento e scongelamento o di una donna che cerca di salvare un gruppo di gatti randagi regalandogli, ogni sera, cibo e ghiaccio, ognuno cerca di sopravvivere come può in un mondo distopico che non segue più alcuna regola.

Grazie ad un utilizzo estremamente calibrato di tonalità profonde che spaziano dal giallo (l’esterno accecante di città attorniate dal deserto) al blu (l’interno di palazzi iper-moderni dove l’aria condizionata si trasforma in una sorta di polmone artificiale), Jacqueline Zünd riesce a far sentire, epidermicamente, al pubblico cosa significa vivere in un mondo talmente caldo da diventare invivibile. A volte, solo in rare occasioni, il giallo e il blu si sfiorano ricordandoci che all’esterno di palazzi diventati roccaforti climatizzate, il sole non smette di bruciare consumando tutto e tutti.

L’ambiente sonoro, immersivo, che accompagna queste immagini per certi versi fantascientifiche, accentua ulteriormente questa sensazione di soffocamento, di claustrofobica prigionia. Il sole, quando è filmato, è quasi sempre accompagnato da un suono metallico, ossessivamente costante che ne amplifica la portata distruttiva. Quando Zünd filma la città, i suoni non sono quasi mai reali ma ovattati, come se la realtà fosse filtrata attraverso la follia di un calore che distrugge tutto.

“Nessuna forma di vita può resistere ad un simile calore” è una frase che sembra riassumere il malessere rassegnato di esseri umani vittime degli eccessi di una società capitalista che ha sfruttato e saccheggiato la natura fino a stravolgerla. Heat è un film crudelmente affascinante ed esteticamente potente che ci confronta con le conseguenze devastanti dell’avidità umana.

Heat è prodotto da Lomotion AG, real Film GmbH, SRF Scweizer Radio und Fernsehen e ARTE G.E.I.E e venduto all’internazionale da Taskovski Films Ltd.

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