Recensione: Magilligan
- Ross McClean racconta il quotidiano di un giovane che lotta contro i demoni che lo tormentano e fa i conti con un difficile passato famigliare

Dopo aver presentato in anteprima mondiale il suo cortometraggio No Mean City (2025), il regista nordirlandese Ross McClean torna al festival Visions du réel con il suo primo lungometraggio Magilligan che compete nel Concorso Internazionale lungometraggi. Ryan, il protagonista del film che il regista ha conosciuto anni fa e che è stato la fonte d’ispirazione del suo cortometraggio Hidenbank, continua a finire in prigione a causa del suo comportamento violento e della sua dipendenza da sostanze stupefacenti. La reclusione è per Ryan quasi una seconda natura, come se i due mondi, il dentro e il fuori dal carcere, fossero orami la stessa cosa. Quando il mondo esteriore non ha niente da offrire se non violenza e confusione, la prigione può davvero essere considerata una punizione? Come Ryan, Magilligan, la meravigliosa penisola della contea di Derry, in Irlanda del Nord, dove è ambientato il film, racchiude in sé una storia dolorosa e conflittuale e naviga senza interruzioni fra bellezze naturali mozzafiato e risentimenti profondi e devastanti.
Sotto certi aspetti, Magilligan prosegue il discorso iniziato con Hidenbank, film ambientato fra i muri della prigione dove Ryan sta scontando una pena di dieci anni. Ciò che interessa al regista e che sviluppa in versione estesa nel suo ultimo film, è approfondire il legame tra l’ambiente sociale e famigliare del suo protagonista e la confusione che soffoca la sua vita. Sebbene il rapporto con suo padre non venga trattato direttamente, il film ci fa capire quanto l’educazione che gli ha dato, basata sulla violenza e il “non lasciarsi mettere i piedi in testa” in un conflitto perenne fra il “noi” e “gli altri”, abbia influenzato le scelte di vita di Ryan. Sempre alle prese con i demoni che lo accompagnano sia dentro sia fuori dalle mura del carcere, il protagonista del film prova, nel contatto con le pecore che accudisce grazie ad un programma di inserimento proposto dalla prigione nella quale sta scontando la sua pena, quell’affetto di cui è sempre stato privato. Con loro instaura per la prima volta una relazione profonda e disinteressata basata sul rispetto e la tenerezza. Il modo in cui le osserva e le accarezza trasforma letteralmente il suo viso facendoci intravedere ciò che si cela dietro la corazza che si è costruito. E se la vera libertà, quella che permette di lottare contro il determinismo sociale, risiedesse proprio nella capacità di provare un affetto genuino per un altro essere vivente? Quello che è certo è che, grazie al suo film, il regista offre a Ryan uno spazio dove riflettere e provare sensazioni nuove, dove immaginare, seppur timidamente, una vita diversa.
In un’alternanza continua fra dentro e fuori le mura del carcere, il film ci fa capire quanto la prigionia di Ryan sia più mentale che fisica, quanto per lui sia difficile prendere le distanze da una storia famigliare contrassegnata dalla violenza, dal dolore e dalla dipendenza (quella dall’alcool per suo padre e dalle droghe per lui). Accompagnato dallo sguardo paziente e rispettoso del regista che ne cattura ogni piccola espressione, che fa trasparire dal suo sguardo emozioni nuove che non si permette (ancora) di provare, il protagonista di Magilligan si dibatte per liberarsi da quello che considera “il suo DNA”. Senza minimizzare o giustificare ciò che Ryan ha fatto, Ross McClean cerca di individuare le cause della sua rabbia per portarlo oltre la nebbia che lo imprigiona.
Magilligan è prodotto da Nightstaff (Regno Unito), Here and Elsewhere (Stati Uniti) e Little Rose Films (Irlanda).
(Tradotto dall'inglese)
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