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ZAGREBDOX 2026

Recensione: Does the Horse Have to Work, Too?

di 

- Nel suo documentario, Leonhard Pill osserva i cicli della natura, delle pecore e della loro pastorella

Recensione: Does the Horse Have to Work, Too?

Il mondo moderno e lo stile di vita contemporaneo tendono a offrire soddisfazione attraverso il comfort, piuttosto che attraverso il senso di realizzazione che deriva dal duro lavoro per raggiungere un obiettivo. Tendono inoltre a sommergerci di informazioni a un ritmo frenetico e a sovraccaricarci di decisioni, una dopo l'altra, basate su di esse. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui alcune persone scelgono stili di vita alternativi, più semplici e tradizionali. Un desiderio personale e il bisogno di distacco dalla vita moderna sono forse l'unica spiegazione possibile per la scelta di Valeria, protagonista del documentario di Leonhard Pill Does the Horse Have to Work, Too?, presentato in prima mondiale nel concorso regionale di ZagrebDox.

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Valeria ha lasciato la sua vita precedente per lavorare come pastora da qualche parte sulle montagne austriache. Vive in un container metallico in mezzo al nulla si prende cura di ogni "membro" del suo gregge – li porta al pascolo, li tiene al sicuro, aiuta le femmine a partorire, separa madri e agnelli appena nati nel recinto, cura le ferite e pareggia gli zoccoli. Quando arriva il momento, li porta anche al macello, li scuoia e si occupa dello smaltimento dei resti. Nel tempo libero si dedica all'artigianato e ascolta musica metal estrema, sia per scandire il ritmo del suo lavoro, sia per liberarsi dalla cacofonia dei belati dissonanti che è costretta a sopportare durante la giornata. Fa tutto con pazienza e una certa sicurezza di sé, ed è pagata con il salario minimo mensile per il suo lavoro, quindi è chiaro che non si tratta di denaro. Forse la visita della sorella Fidelia, e l’occasione di intrattenere una conversazione dal vivo con un altro essere umano, possono gettare qualche luce sulle sue motivazioni…

Does the Horse Have to Work, Too? non è quel tipo di documentario, poiché Leonhard Pill opta per uno stile strettamente osservativo al fine di lasciare spazio alla riflessione dello spettatore su argomenti che raramente vanno oltre pensieri fugaci. Il suo approccio è estremamente metodico e decisamente privo di sentimentalismo, mostrando la vita e il lavoro della protagonista attraverso tutte e quattro le stagioni, con istantanee di bellezza casuale, come paesaggi alla luce del tramonto, o l'occasionale bruttezza e crudeltà delle leggi della natura: agnelli nati morti, cuccioli che muoiono per svariati motivi o animali anziani che vengono uccisi. Gran parte delle immagini coglie la pura meccanica di tutto ciò: un grande gregge che si sposta da un punto all’altro, due giovani montoni che si prendono a cornate, e Valeria che svolge il suo lavoro quotidiano con un senso di calma e serenità.

Sebbene talvolta il documentario rischi di perdersi nella ripetizione con minime variazioni, è lodevole l'atteggiamento intransigente del regista nel mostrare le cose come sono, senza spiegazioni o sentimentalismi. Il regista si occupa anche della maggior parte del lavoro: è il direttore della fotografia, a volte si presenta davanti alla telecamera o pone alla protagonista domande specifiche sul suo lavoro e sulla sua vita, alle quali lei risponde in modo laconico. Perfino i brani che lei ascolta sono forniti dalla band dello stesso regista. Il montaggio di Florian Lambrecht mantiene il ritmo del documentario in sincronia con i processi naturali e si addice allo stile scelto da Pill. Does the Horse Have to Work, Too? si impone come un documentario di grande sincerità, che dovrebbe entrare in risonanza con il suo pubblico di nicchia.

Does the Horse Have to Work, Too? è una produzione austriaca indipendente, prodotta dallo stesso regista.

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(Tradotto dall'inglese)

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