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VISIONS DU RÉEL 2026

Recensione: La voix du troupeau

di 

- Il primo lungometraggio dei registi francesi Mathias Joulaud e Lucien Roux nasce dal magico incontro con Didier, cinquantenne sordo dalla nascita che lavora in un allevamento bovino in Alvernia

Recensione: La voix du troupeau

Già noti al festival Visions du réel in cui, nel 2022, hanno presentato il loro primo cortometraggio co-diretto Ramboy, i giovani registi francesi Mathias Joulaud e Lucien Roux tornano a Nyon con il loro primo lungometraggio, La voix du troupeau, selezionato per il Concorso Burning Lights.

Con rara delicatezza e poesia, il film racconta la storia di Didier, sordo dalla nascita e analfabeta che trova nel contatto con gli animali: i suoi cani e soprattutto le mucche di cui si occupa nell’allevamento bovino della famiglia Maury, un motivo per vivere. Senza sostituirsi a lui, i registi osservano Didier nella sua ricerca di un linguaggio, fra gestualità ed espressioni facciali, capace di raccontare il dolore causato dalla perdita di Claude, suo fratello e unico vero compagno di vita.

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Sebbene il protagonista di La voix du troupeau non possa esprimersi verbalmente, il suo contagioso bisogno di comunicare pervade tutto il film. Non sono allora le parole a definire e delimitare il suo mondo ma le immagini, i gesti, gli odori e i sapori di una vita semplice ma ricca di sentimenti. Per restituire il vortice di sensazioni che abitano Didier, i registi hanno quindi dovuto cercare di percepire il mondo a modo suo. Il risultato è un film pieno di poesia e delicatezza che fa convivere realtà e sogno attraverso sequenze creative in cui la quotidianità di Didier si mescola con immagini animate, rallentate o volutamente sfuocate.

La storia del protagonista del film non è raccontata in modo lineare, attraverso una voce fuori campo o le testimonianze di chi lo conosce e frequenta, bensì dandogli direttamente la parola, una parola che gli manca. Seduto su una sedia di fronte alla cinepresa, Didier ci mostra frammenti del suo passato: dalle difficoltà a scuola ai tentativi di fargli portare un apparecchio acustico fino alla perdita devastante di suo fratello Claude. Tutto ciò è raccontato da Didier con il suo linguaggio, fatto di gesti che diventano danza, suoni che si trasformano in note musicali e sguardi pieni d’emozione. Cercando di decifrare un linguaggio sconosciuto, gli spettatori sono spinti ad immedesimarsi in lui, a risentire ciò che significa non poter comunicare direttamente con il mondo esterno.

Quello che tocca particolarmente nel film, è il rapporto profondo che lega Didier agli animali, e in particolare ai bovini dell’allevamento della famiglia Maury. Il modo in cui accarezza i musi dei vitellini appena nati o massaggia le schiene stanche delle loro mamme, ci fa capire che l’amore non ha bisogno di parole per esistere. Grazie alla pazienza e all’affetto della famiglia Maury, soprattutto quello del figlio ancora piccolo, il protagonista del film affronta allora un’impresa ancora più ardua: quella di creare dei legami profondi con altri esseri umani al di fuori di Claude. Fra disperazione e resilienza, coraggio e dolcezza, Didier e i membri della sua famiglia di cuore lottano insieme per mantenere in vita un mondo contadino ormai quasi scomparso, si trasformano in una mandria che non ha bisogni di parole per capirsi.

La voix du troupeau è un vero omaggio alla semplicità delle cose, un’ode ai sentimenti profondi e una vera lezione di vita.

Il film è prodotto da Akka Films (Svizzera) e Les films du tambour de soie (Francia) insieme alla RTS Radio Télévision Suisse (Svizzera).

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