Recensione: Club Heaven
- Il primo lungometraggio del regista olandese Jona Honer scaraventa il pubblico dentro uno dei club di musica elettronica più rinomati al mondo

Undici anni dopo la sua partecipazione al festival Visions du Réel con il mediometraggio Up or Out che racconta la storia di due fratelli convinti di poter battere il mercato azionario grazie a una formula magica che elimina il fattore umano dal processo decisionale, il regista olandese Jona Honer torna a Nyon con il suo primo, sorprendente, lungometraggio Club Heaven, selezionato nel Concorso Burning Lights. Affascinato da una realtà scoperta quasi per caso ma che ha subito catturato la sua attenzione, Honer ha deciso, per il suo primo lungometraggio, di addentrarsi tra le viscere di uno dei club di musica elettronica più rinomati al mondo, il Playhouse di Chengdu, in Cina. Allo stesso tempo maestoso, impressionante e spaventoso, questo tempio della musica elettronica svela, davanti alla macchina da presa, i suoi lati oscuri e i retroscena di serate simili a rituali collettivi dai risvolti non sempre sfavillanti.
Club Heaven mostra con uno sguardo rigoroso, minimalista ma mai asettico, sia l’estasi di giovani (ricchi) che vogliono trascendere il reale grazie alla musica e all’alcool sia la stanchezza di coloro che alimentano questo rituale collettivo con il loro lavoro precario.
Accecati dalla ricerca ossessiva di un’ebbrezza che possa, per un istante, colmarli di una felicità infinita, i clienti e le clienti del Playhouse di Chengdu sembrano non far parte del nostro mondo. Grazie all’uso di una termocamera che mostra il calore emanato dai corpi dei frequentatori e delle frequentatrici del locale, questo effetto di alienazione è ancora più forte. Come figure astratte e fantomatiche che ballano (anche se non sentiamo mai la musica), bevono e traballano a causa dell’alcol, il pubblico del Playhouse sembra venire dall’aldilà. Filmato con rigore ma anche poesia, accompagnato da un silenzio surreale (nessun dialogo o musica ad accompagnare le immagini), l’interno del club ci è mostrato sempre attraverso il filtro del cinema.
Che si tratti del rituale coreografato legato alle bottiglie di champagne portate con ossequiosa solennità ai tavoli dei clienti, quasi si trattasse di acqua santa, ai corpi inermi di ragazze ubriache diventate bambole di pezza o a parole sussurrate all’orecchio, al Playhouse tutto è coreografato. Con minuziosa attenzione ai dettagli, intrisi di significati segreti e nascosti, che il regista osserva con uno sguardo al contempo feroce e incuriosito, il club si trasforma in tempio dove perdersi grazie ai ritmi ossessivi della musica elettronica.
L’architettura minimalista e monumentale del Playhouse sovrasta, quasi travolge, i clienti che accoglie, diventando il personaggio principale di un rituale collettivo nel quale l’umanità si dilata e svanisce lasciando il posto a misteriosi ectoplasmi. I riti che i clienti e le clienti compiono sono legati a un capitalismo che, con avidità, sta fagocitando qualsiasi forma di relazione umana. I soldi si trasformano così in ostie consacrate che permettono di accedere ad una redenzione concessa solo ad un’élite di privilegiati.
A contrapporsi a questo mondo di eccessi, di opulenza e oblio, troviamo i lavoratori e le lavoratrici dell’ombra che alimentano la festa degli “happy few”. Filmato mentre si riposa o mangia tra un turno e l’altro, stanco, sonnecchiante ma anche determinato ad arrivare fino alla fine della notte, il personale del club si svela attraverso le piccole conversazioni che nascono durante le pause. La pressione è alta e la paura di essere sostituiti è costante, ma questo non impedisce ai dipendenti di continuare ad alimentare la macchina del divertimento come degli automi programmati per agire. Club Heaven è un film maestoso, intrigante e potente che ci fa confrontare con la follia di un mondo che vive d’oblio.
Club Heaven è una produzione di Paesi Bassi e Belgio, guidata da Submarine, e coprodotto da Clin d’Oeil e Human Film.
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