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BIF&ST 2026

Recensione: Beachcomber

di 

- Aristotelis Maragkos costruisce un'elegia sulla mascolinità ereditata e sui sogni impossibili, seguendo un uomo che ricostruisce una barca come ultimo atto di rivendicazione identitaria

Recensione: Beachcomber
Christos Passalis in Beachcomber

Elias (Christos Passalis, noto per Dogtooth [+leggi anche:
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scheda film
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) ha passato la quarantina e porta sulla pelle una mappa di tatuaggi marinareschi che raccontano storie non sue. Vive in una cittadina costiera greca dove il tempo si è fermato, conducendo un’esistenza fatta di routine e aspettative deluse. Quando trova un relitto russo sepolto nella sabbia - un'imbarcazione di rottami metallici che sembra un monumento alla disfatta - decide che quella sarà la sua via d'uscita. Restaurerà la nave, la venderà, cambierà vita. È un progetto folle che si trasforma in ossessione.

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Alla sua opera seconda Beachcomber, presentata in concorso a Salonicco ed ora in competizione al Bif&st di Bari, Aristotelis Maragkos costruisce il film come una discesa nella psiche di un uomo schiacciato dal mito paterno. Il padre marinaio di Elias è scomparso in mare anni prima, lasciando solo racconti e un vuoto che il figlio cerca di colmare appropriandosi della sua identità. I tatuaggi che si incide sulla pelle sono citazioni visive di un'esistenza mai vissuta, tentativi di scrivere se stesso attraverso la biografia altrui. La barca diventa l'oggetto transizionale tra ciò che Elias è e ciò che vorrebbe essere.

Il film si ispira dichiaratamente alla poesia di Nikos Kavvadias, poeta-marinaio greco del Novecento che fece del mare il territorio dell'esilio esistenziale. Maragkos traduce quell'immaginario in una narrazione frammentaria, costruita per allusioni e silenzi. Giorgos Karvelas, alla fotografia, privilegia la luce naturale, schiacciando i volti contro fondali indistinti. La costa non è una cartolina turistica ma prigione: arsura, ruggine, spazi dove il tempo ristagna.

Attorno a Elias si raccoglie un piccolo equipaggio di sognatori: Tasia (Aliki Andriomenou), figura femminile che osserva con lucidità fatalista, e altri compagni interpretati da Stathis Kokkoris, Sotiris Belsis, Lefteris Polychronis, Eleni Karageorgis e Gioula Bountali. Sono presenze consumate dal clima e dalla stasi, che attratte dal progetto più per bisogno di appartenenza che per fede nella sua riuscita. Il montaggio di Thodoris Armaos procede per associazioni emotive piuttosto che cronologiche, mescolando materiali visivi diversi in un flusso che preferisce la temperatura psicologica alla linearità narrativa.

L’ambizione allegorica del film finisce però per soffocare la dimensione umana. Elias più che un personaggio è un condensato di simboli (il corpo tatuato, la barca impossibile, l'assenza paterna) che non riesce mai a diventare pienamente tridimensionale. Maragkos dirige con grande controllo, costruendo il racconto attraverso il silenzio e la gestualità minimale di Passalis, ma la sceneggiatura firmata da Chrysoula Korovesi con il regista nega al protagonista una vera evoluzione psicologica. Si assiste così al tentativo di restauro come a un rito le cui ragioni profonde rimangono opache.

La struttura frammentaria funziona quando restituisce la disarticolazione interiore del protagonista, meno quando diventa cifra stilistica fine a sé stessa. Ci sono momenti di grande forza visiva - la barca enorme nella sua immobilità metallica, la fisicità dei corpi al lavoro contro il sole implacabile - ma anche lunghi tratti in cui il film sembra girare a vuoto, ripetendo la stessa nota malinconica senza svilupparla.

Beachcomber è un'opera ambiziosa che sceglie volutamente di non compiacere, radicata in una tradizione di cinema greco contemporaneo che fa della durezza formale e del pessimismo esistenziale il proprio marchio. Non sempre convince nella tenuta narrativa, ma ha il merito di affrontare con serietà il tema della costruzione identitaria maschile attraverso l'eredità paterna e il fallimento come unica forma possibile di libertà.

Beachcomber è prodotto da Plankton.

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