Recensione: Nel tepore del ballo
- Pupi Avati torna ad un cinema più intimista con la parabola di un conduttore televisivo travolto da uno scandalo, nel tentativo di coniugare satira feroce sulla TV spazzatura e melodramma romantico

Gianni Riccio (Massimo Ghini) è un celebre conduttore televisivo all'apice della carriera. Durante una puntata di Porta a Porta condotta dal vero giornalista tv Bruno Vespa, la Guardia di Finanza lo arresta in diretta con l'accusa di riciclaggio. In pochi giorni perde tutto: moglie, figlio, falsi amici. Solo Morè (Sebastiano Somma), l'assistente fedele, e una lettera di Clara (Isabella Ferrari), l'antico amore abbandonato per ambizione, gli offrono uno spiraglio. Mandato ai domiciliari a Jesolo dalla zia (Lina Sastri), in attesa del processo, Gianni ripensa all'infanzia segnata dalla morte della madre durante il parto, al padre bagnino rubacuori e meschino (Raoul Bova) e a tutto ciò a cui ha rinunciato. Ripartire da zero è forse possibile.
Pupi Avati, 87 anni, a poco più di un anno da L'orto americano, torna al dramma intimista con Nel tepore del ballo, nelle sale italiane dal 30 aprile con 01 Distribution, un film che vuole essere insieme satira feroce sul mondo televisivo e racconto elegiaco sull’innamorarsi nuovamente nel pieno autunno della vita. Le due anime però non si parlano abbastanza. Da un lato c'è la televisione descritta come inferno grottesco: conduttori tinti e rifatti, yes men privi di dignità, programmi-freak show dove l'umiliazione è merce di scambio. Dall'altro c'è il tentativo di costruire una parabola di redenzione attraverso il recupero del sentimento autentico.
La satira sul mondo televisivo funziona in certi momenti, come nella scena della doccia in cui la tintura dei capelli scende sul corpo di Gianni come sangue, metafora efficace sulla finzione che si sgretola. Meno riusciti i momenti con "la Morta" (Giuliana De Sio), conduttrice spietata che vorrebbe sfruttarlo nel suo programma Cuori in diretta, una figura che rimane una macchietta sopra le righe, ed è tutto sommato superata dalla realtà sprigionata ogni giorno dai nostri televisori.
Massimo Ghini cerca di tenere insieme le contraddizioni del personaggio, ma la sceneggiatura di Tommaso Avati e Pupi Avati (da soggetto di Marco Molendini) non gli dà strumenti per approfondire. Gianni resta sospeso tra vittima e carnefice, tra cinico arrampicatore e uomo ferito in cerca di riscatto, senza che il film scelga davvero quale delle due figure privilegiare.
Il tentativo di innestare il melodramma - il recupero dell'amore perduto, la possibilità di cambiare vita - su un corpo filmico che mostra il cinismo televisivo, produce uno stridore di toni. Questa dimensione malinconica, annunciata dal titolo, non trova spazio organico nella narrazione, che fino all'ultimo ha privilegiato la caricatura. Altri film hanno raccontato il tritacarne televisivo con più ferocia: Reality di Matteo Garrone quasi quindici anni fa aveva già esplorato l'ossessione per la TV spazzatura con una lucidità devastante. Nel tepore del ballo aggiunge una dimensione di pietà umana, inserendo nel racconto quel “misterioso sentimento che nel tramonto della propria esistenza compenetra di sé ogni individuo", come Avati scrive nelle note di regia.
La fotografia di Cesare Bastelli privilegia toni freddi per Roma, più caldi per Jesolo, sottolineando il contrasto tra inferno pubblico e possibile redenzione privata, mentre il montaggio di Ivan Zuccon tiene insieme i diversi registri. Nel cast compaiono anche Pino Quartullo, Morena Gentile, Manuela Morabito e, nei ruoli di sé stessi, l’attore comico Jerry Calà e il giornalista Pascal Vicedomini.
Nel tepore del ballo è prodotto da DueA Film con Rai Cinema, in associazione con Wich Production e Film Club Distribution. Minerva Pictures si occupa delle vendite estere.
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