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LAS PALMAS 2026

Recensione: Krakatoa

di 

- Carlos Casas rilegge il cinema catastrofico in chiave organica e immersiva con un film senza dialoghi, fatto di suoni e immagini di forte impatto, che mette a nudo la fragilità umana

Recensione: Krakatoa

Proiettato nella sezione Canarias Cinema (due dei suoi produttori, Helena Girón e Samuel H. Delgado, sono originari dell’arcipelago) del 25mo Festival internazionale di Las Palmas, Krakatoa diventa un’esperienza poco abituale in una sala cinematografica. Il suo regista e sceneggiatore, Carlos Casas, oltre ad aver diretto i lungometraggi Hunters Since the Beginning of Time e Cemetery, è riconosciuto per le sue installazioni e i suoi allestimenti audiovisivi, e quel talento pulsa nella concezione del suo ultimo film, che è passato per la sezione industry di questo stesso festival cinque anni fa, ha avuto la sua prima mondiale nella sezione Harbour dell’ultimo IFFR e ha ottenuto recentemente il premio del pubblico a Punto de Vista.

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I primi momenti di Krakatoa presentano, in una luce azzurrina proveniente dall’oceano che lo circonda, il suo unico protagonista, Kesuma, un marinaio di Giava (interpretato da Roni Hensilayah) che vive su un’enorme piattaforma galleggiante, costruita con tronchi e bambù. La sua routine è minuziosa, lenta, senza stress: preparare il cibo, provare a pescare, riposare… finché un bagliore avvolge tutto e lo tinge di rosso.

Uno tsunami scaraventa violentemente l’uomo in mare. Dopo aver lottato contro le onde infuriate, approda su una spiaggia deserta dove vaga senza meta, come un Robinson Crusoe all’inferno, mentre il vulcano del titolo erutta. La parte centrale del film, la cui durata è scarna ma intensa (79 minuti), è dedicata al viaggio di quest’uomo attraverso diversi scenari, in cui combatte per la propria sopravvivenza in mezzo al cataclisma nutrendosi di noci di cocco, finché non scopre qualcosa che lo conduce verso l’oscurità di una grotta.

Qui inizia la terza e definitiva parte del film: una discesa agli inferi che unisce la bellezza del magma, del fumo e delle nubi di cenere alla ferocia di quelle stesse immagini. Mitologia e Natura si intrecciano affinché, tra bagliori e lampi che, come si avverte all’inizio della proiezione, possono influire sulle persone fotosensibili e che talvolta spingono il pubblico ad abbassare lo sguardo dallo schermo, il pubblico sperimenti qualcosa di simile a ciò che il pescatore vive nel suo viaggio allucinato al centro della Terra, dove non è altro che un insignificante essere umano.

Girato tra Indonesia – dove si trova il vero vulcano Krakatoa, la cui mitica esplosione del 1883, la più grande mai registrata, ispira questo film – e Islanda, il film si completa – come è accaduto a Rotterdam (leggi la news) e come avviene in questi giorni al festival Play-Doc di Tui (Pontevedra) – con un’installazione artistica immersiva che amplia il campo d’azione di questa proposta avvolgente, utilizzando elementi che le sale cinematografiche convenzionali non consentono, come le vibrazioni e il movimento fisico del pubblico.

Per tutto ciò, questo non è il classico film catastrofico ad alto budget che invita alle lacrime e alla riconciliazione emotiva dei suoi numerosi personaggi dopo il trauma vissuto, bensì qualcosa di più intimo, psichedelico, umile, ibrido e sperimentale che – mentre continua a risuonare nelle orecchie (grazie al lavoro sonoro di Nicolas Becker, vincitore dell’Oscar per Sound of Metal), nelle pupille e nel cervello – invita alla riflessione ecologica, storica e umanista.

Krakatoa è una produzione delle società spagnole La Banda Negra e Filmika Galaika, della francese Map Productions, della britannica AMI – Artist Moving Image e della polacca Etnograf. Delle sue vendite internazionali si occupa Gargantua Film Distribution.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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