Recensione: A Song Without Home
- L’impressionistico e perturbante documentario del cineasta georgiano Rati Tsiteladze segue una donna trans fuggita dal suo villaggio e rifugiatasi a Vienna dopo essere stata tenuta prigioniera in casa per 11 anni

In un’inquadratura in bianco e nero, in 4:3, una giovane donna con una sigaretta è seduta su un divano tra la madre in lacrime e il padre impassibile, e racconta alla macchina da presa di non uscire di casa da 11 anni. È una donna trans di nome Adelina e, nella Georgia rurale, questo non solo getta vergogna su tutta la famiglia, ma può anche rappresentare una potenziale minaccia per la propria vita. È una delle inquadrature di apertura del primo documentario di lungometraggio del cineasta georgiano Rati Tsiteladze, A Song Without Home, che ha avuto la prima mondiale nel concorso DOX:AWARD al CPH:DOX e ha anche ottenuto una menzione speciale per il Mermaid Award al Festival internazionale del documentario di Salonicco (leggi la news).
Adelina scappa a Vienna, tra l’appoggio della madre e le maledizioni del padre, che parla alla macchina da presa una sola volta, per dire con rabbia che non vuole parlarne. Aspirante danzatrice, con poca conoscenza del tedesco, è costretta a fare lavoro sessuale, sia online sia di persona. Ha un’amica, un’altra donna trans georgiana, ma ciò che il film restituisce con più forza è il suo costante senso di solitudine, sradicamento e incertezza sulla propria identità.
Tsiteladze, che ha girato e montato il doc, spesso la segue con una camera a mano mentre cammina, corre o danza nelle strade notturne e deserte di Vienna, accompagnata da una voce fuori campo che racconta i suoi ricordi, le sue paure, i suoi dubbi e le sue speranze. I solenni esterni della città contrastano in modo eloquente con il suo tormentato mondo interiore. Nel frattempo, la madre è ancora a casa e si è separata dal marito violento, cui è stato imposto un ordine restrittivo. È in uno stato terribile, nervoso: dorme con un coltello sotto il cuscino, piange di continuo e cerca con scarso convincimento un aiuto professionale, che non è facile da trovare. Se proviamo empatia e compassione per Adelina, dalla madre riceviamo soltanto un’immensa tristezza.
Il film è tanto perturbante quanto toccante, poiché Tsiteladze opta per un approccio vario ma coerente, marcatamente impressionistico. La fotografia in bianco e nero è riservata alle prime scene in Georgia e ad alcuni ricordi di Adelina, mentre le immagini del presente sono intensamente colorate. Ciò vale in particolare per le scene buie, insieme malinconiche e minacciose, che mostrano con discrezione il lavoro sessuale in presenza della protagonista. Ha lampadine rosse, verdi e viola che offrono un po’ di luce tra le profonde ombre del suo appartamento. Il rosso è dominante, e spesso indossa rossetto e abiti di quel colore. A tratti l’immagine si raddoppia o si triplica, con le luci che si impastano e si fondono l’una nell’altra. Quando danza davanti a uno specchio, preparandosi per un’audizione, o quando è in webcam con i clienti, la qualità dell’immagine è più sobria, ma gli angoli di ripresa sono sghembi, con lei filmata dall’alto o dal basso. Perché anche a Vienna non può sentirsi al sicuro: un georgiano entra in chiamata e minaccia di ucciderla. “Tutto ciò che voglio è sentirmi un essere umano”, dice a un cliente.
La musica e il sound design di Marius Leftărache sono meticolosamente curati e onnipresenti, e svolgono un ruolo decisivo nel modo in cui il regista ci conduce attraverso la storia e gli stati d’animo delle protagoniste. C’è un aspetto religioso indefinito, per certi versi febbrile ma inconfondibile, che attraversa il film e riflette anche la precarietà psicologica ed emotiva delle due donne – come quando Tsiteladze passa da Adelina che si fa il segno della croce davanti alla Stephanskirche, accompagnata da Il lago dei cigni di Tchaikovsky, alla madre che sta nell’ombra di un’antica chiesa georgiana.
A Song Without Home è prodotto dalla georgiana ArtWay Film.
(Tradotto dall'inglese)
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