Recensione: Six Weeks On
- Tra lutto privato e paralisi collettiva, Jacqueline Jansen firma un esordio di intensa asciuttezza emotiva, nato dall’esperienza personale della perdita durante i primi mesi della pandemia

Dopo la première mondiale al Festival di Monaco, dove ha conquistato tre premi — miglior attrice, miglior produttore e premio della critica FIPRESCI — Six Weeks On, opera prima della regista tedesca Jacqueline Jansen, ha proseguito il suo percorso nei festival internazionali passando per Cork, Gijón e, più recentemente, in concorso al 10mo Riviera International Film Festival di Sestri Levante. Un itinerario che conferma la forza discreta di un film nato da un’urgenza personale e trasformato in un racconto capace di toccare corde universali.
Scritto e sviluppato nei primi mesi della pandemia, Six Weeks On prende le mosse da un’esperienza vissuta direttamente dalla cineasta: la morte della madre all’inizio dell’emergenza Covid. Jansen, formatasi al di fuori dei percorsi accademici tradizionali, costruisce così un lavoro di autofiction che mescola biografia e finzione con grande pudore. La protagonista Lore (Magdalena Laubisch, qui al suo primo ruolo da protagonista), 25 anni, si ritrova a fronteggiare non soltanto il dolore della perdita, ma anche la paralisi emotiva e burocratica di una società improvvisamente sospesa.
Ad aprire e chiudere il film sono due scene di forte impatto emotivo che funzionano come parentesi speculari attorno alle sei settimane del titolo. In questo lasso di tempo, il film osserva il percorso di una giovane donna che cerca disperatamente un equilibrio tra convenzioni sociali e bisogno personale di congedarsi dalla madre. Intorno a lei, la provincia tedesca appare come uno spazio irrigidito dalla paura, dove gli individui sembrano incapaci di provare vera empatia e di offrire sostegno autentico. Mentre le settimane scorrono scandite dalle restrizioni e dall’atmosfera sospesa dell’emergenza sanitaria, Lore si confronta sempre più con un senso di isolamento che incrina il suo legame con gli altri e con il luogo in cui è cresciuta. Nel frattempo, lo svuotamento dell’appartamento familiare assume un forte valore simbolico: non soltanto un commiato dalla madre, ma anche la dolorosa presa di coscienza della fine di un’epoca della vita.
Girato con un budget di appena 90mila euro, utilizzando esclusivamente luci naturali, il film trova nella propria radicalità produttiva una precisa coerenza estetica. Jansen sceglie di tornare nella cittadina in cui è cresciuta, affidandosi a una fotografia (firmata da Markus Ott) dal taglio quasi documentaristico che elimina ogni distanza tra spettatore e personaggi. Gli interni domestici, gli uffici amministrativi, le strade silenziose della provincia diventano luoghi attraversati da una tensione trattenuta, dove il dolore non esplode mai apertamente ma si deposita lentamente nei gesti quotidiani.
Oltre a soffermarsi sull’esperienza individuale del lutto, Six Weeks On riflette sul rapporto ambiguo che la società contemporanea intrattiene con la morte, spesso confinata a dimensione privata e silenziosa. Senza indulgere in facili consolazioni, Jacqueline Jansen mette in discussione l’idea stessa che possa esistere un modo universalmente giusto di affrontare una perdita. Tra i momenti più toccanti del film, la cerimonia d’addio organizzata da Lore nella stanza della madre trasforma per un istante quello spazio domestico, fragile e raccolto, in un luogo di condivisione emotiva che prova a colmare l’incapacità collettiva di confrontarsi apertamente con la morte.
Con sorprendente maturità, Jansen realizza un debutto asciutto e sensibile, che trova nella semplicità formale e nell’onestà dello sguardo la propria forza più autentica.
Six Weeks On è prodotto dalla tedesca Filmweh.
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