Recensione: Fatherland
di Marta Bałaga
- CANNES 2026: Il regista polacco Pawel Pawlikowski torna con un dramma sottilmente crudele impreziosito da un'altra interpretazione stellare di Sandra Hüller

L'ultimo film di Pawel Pawlikowski, Fatherland, è uno strano road movie in concorso al Festival di Cannes. Ambientato nel secondo dopoguerra, segue lo scrittore Thomas Mann e sua figlia Erika (Hanns Zischler e Sandra Hüller) mentre percorrono una Germania devastata ritirando qua e là premi per la sua opera. È il 1949, e la gente fa del suo meglio per festeggiare, ma i loro occhi non corrispondono ai loro abiti. È ancora un “paese orribile con persone orribili”, dice qualcuno, e nessuno è pronto a fare qualcosa al riguardo.
La famiglia di Mann non fa eccezione, divisa e delusa dal figlio Klaus. Lui si apre solo con Erika durante le loro telefonate interminabili, mentre il suo amante lascia la stanza in silenzio. Per tutto il film sembra che tutti sappiano cosa sta succedendo, tutto il dolore. E non fanno nulla per fermarlo.
Sembra aleggiare qui la convinzione che gli esseri umani non cambino: semplicemente vanno avanti. Proprio come Thomas Mann, che non ricorda se sia ancora l’eroe du jour o “feccia comunista”, se sostenga Stalin o Mickey Mouse. O come l’ex marito di Erika, Gustaf Gründgens, che potrebbe aver ispirato il Mephisto del fratello. Vanno avanti, e poi cercano di spiegarsi a una festa. Erika no, ma qualunque cosa stia vendendo Gründgens, quell’interazione si conclude con uno schiaffo. È probabilmente l’unico momento davvero appagante di tutto il film. Non puoi schiaffeggiare un’intera nazione.
Fatherland è così destabilizzante perché è onesto. Qualunque sia il conflitto, è esattamente ciò che accade, ancora e ancora. Invece di un vero confronto, si parla d’opera davanti a un drink e si osserva un educato silenzio. Mann affronta una parata di rituali vuoti sempre uguali: una cena, una sfilata, un canto intonato in suo onore. È qui che lui e la figlia divergono. A lui il circo sembra piacere; lei lo vede per quello che è. D’altronde, non è lei a ricevere i premi.
C’è un’altra cosa interessante in questi due. Erika, almeno in questo film, esiste per servire il padre. Traduce le sue risposte, revisiona i suoi discorsi e gli prepara i vestiti. A quanto pare, un tempo aveva una vita propria – chi la incontra ancora lo ricorda – ma ora è diventata l’unica custode di questa famiglia stordita. Ma non si può sanare ciò che non vuole essere sanato.
Fatherland mette in mostra il lato più cupo di Pawlikowski, questo è certo, e lui continua a vedere attraverso le persone. L’amore – in questo caso, tra padre e figlia, tra fratello e sorella – esiste ancora nel mondo, ma quasi suo malgrado. Lo stesso valeva per il suo Cold War, di nuovo con due persone in piedi tra le macerie. Non trionfanti, ma stanche. C’è qui una scena che riecheggia tutto questo in modo splendido. Per un attimo, Erika e Thomas non stanno guidando; sono fermi, perché dove diamine stanno andando? E, per prendere in prestito una domanda dal film, dov’è casa?
È con ogni probabilità il film meglio realizzato visto finora in concorso a Cannes, senza nulla, neppure un’inquadratura, che sembri superflua. Resta da vedere se Pawlikowski deciderà finalmente di abbandonare l’estetica che gli ha dato riconoscimento: quella fotografia in bianco e nero e le storie ambientate nel passato. Se lo farà, sarebbe un addio appropriato – e raggelante.
Fatherland è una coproduzione tra Polonia, Italia, Germania e Francia, realizzata da Our Films, Extreme Emotions, Nine Hours Gmbh e Chapter 2, in collaborazione con MUBI, Arte France Cinema e Pathé Films. Le vendite internazionali sono curate da The Match Factory.
(Tradotto dall'inglese)
Photogallery 14/05/2026: Cannes 2026 - Fatherland
16 immagini disponibili. Scorri verso sinistra o destra per vederle tutte.
© 2026 Fabrizio de Gennaro for Cineuropa - fadege.it, @fadege.it
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