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CANNES 2026 Un Certain Regard

Recensione: Ben'Imana

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- CANNES 2026: Marie-Clémentine Dusabejambo esordisce con un lungometraggio di grande impatto emotivo e saldamente radicato nella realtà post-genocidio del Ruanda

Recensione: Ben'Imana
Clémentine U. Nyirinkindi in Ben'Imana

"Quale giustizia può placare le domande che fanno male nel profondo del mio cuore?". Siamo nel 2012, nel distretto di Kibeho, e a quasi 18 anni dal genocidio del 1994, una politica nazionale tenta di riconciliare e riunificare il Ruanda organizzando dei processi, i Gacaca, nella tradizione del "parola contro parola". La verità verrà a galla? Si può davvero perdonare? E quale verità, quando "ci sono cose che non si dicono, cose sepolte nel profondo dell’essere, cose che non si dimenticano". È questo il delicato tema a cui Marie-Clémentine Dusabejambo ha deciso di dedicare il suo eccellente primo lungometraggio Ben'Imana (presentato nel programma Un Certain Regard del 79mo Festival di Cannes), esplorandone metodicamente e con intelligenza tutte le sfaccettature, i paradossi, le conseguenze visibili e invisibili, ma soprattutto incarnandole attraverso diversi personaggi femminili molto forti.

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"È un viaggio dentro se stessi verso la comprensione, che libera e guarisce le anime ferite: il perdono è la chiave", "Perché continui con le tue teorie del cavolo sul perdono? Il perdono è personale, non si negozia e non si compra". Le due sorelle Veneranda (Clémentine U. Nyirinkindi) e Suzanne (Isabelle Kabano) hanno visioni diametralmente opposte su come affrontare la ricerca dei responsabili della strage della loro famiglia. La prima organizza riunioni tra le donne del villaggio per "preparare le testimonianze al processo ed evitare umiliazioni pubbliche": "Qui, tra noi, potete piangere, urlare, siete libere di esprimervi". Ma questa liberazione della parola è tutt’altro che semplice quando sono stati commessi atti terribili su cui si è chiuso un occhio, o quando il ricordo acuto delle sofferenze alimenta la follia e la sete di vendetta. Un vortice emotivo cui si aggiunge la volontà di emancipazione delle nuove generazioni, Tina (Kesia Kelly Nishimwe) in prima linea, la figlia di Veneranda, che vogliono amare senza discriminazioni, ma si scontrano con i fantasmi e il pesantissimo lascito del passato ("quella notte, metà del villaggio è perita, alcuni hanno ucciso, altri sono stati uccisi, abbiamo perso il senso della vita, questo villaggio è un cimitero").

"Di’ ciò che hai visto e udito". È attorno a questo principio narrativo che la regista ha scritto una sceneggiatura particolarmente ben congegnata nella sua alternanza tra le scene del tribunale popolare, le riunioni di donne nella speranza di liberare la parola, e le dinamiche della sfera familiare del trio Veneranda–Suzanne–Tina (più Arivere Kagoyire in veste di nonna muta). Un approccio a 360° che permette alla cineasta di illuminare in profondità tutti gli aspetti di una tragedia le cui ferite perdurano in varie forme, e di firmare, ben sostenuta dall’autenticità delle sue interpreti, un film notevole.

Ben'Imana è prodotto da Ejo-Cine (Ruanda) e Princesse M Productions (Gabon), in coproduzione con Les Films du Bilboquet (Francia) e Duo Film (Norvegia). mk2 Films cura le vendite internazionali.

 

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(Tradotto dal francese)

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