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CANNES 2026 Concorso

Recensione: Fjord

di 

- CANNES 2026: Il regista rumeno Cristian Mungiu realizza un legal thriller basato su una storia vera, innescando un dibattito sui limiti dell'ingerenza istituzionale nelle nostre vite private

Recensione: Fjord
Jonathan Ciprian Breazu, Filip Sebastian Barau, Teodora Sabina Barau, Vanessa Ceban, Renate Reinsve e Sebastian Stan in Fjord

Come già nel suo 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, vincitore della Palma d'oro, e nel suo più recente film, R.M.N., in Fjord, presentato in concorso al Festival di Cannes, Cristian Mungiu esamina un piccolo microcosmo per portare alla luce questioni macro e stimolare dibattiti universali su temi urgenti.

In gioco stavolta è l'educazione dei giovani, e il regista mette a confronto due visioni contrapposte: quella cristiana più dogmatica e tradizionale, ampiamente considerata superata; e quella laica, che insiste sull'autonomia dei figli e, in Europa, gode del privilegio di essere riconosciuta come norma e difesa dalla legge. Le dicotomie spirituale vs razionale, conservatore vs liberale ed Est vs Ovest si scontrano con intensità, risuonando nelle nostre società europee contemporanee polarizzate e mettendo in discussione quel valore forse più celebrato a parole, ma fragile nella pratica: la tolleranza.

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Ispirato a un spinoso caso reale (che però viene trasferito sullo schermo in modo piuttosto letterale), il racconto si concentra su una coppia interculturale ma unita dalla fede evangelica. Mihai (Sebastian Stan) e Lisbet (Renate Reinsve) si trasferiscono dalla Romania, patria di lui, alla Norvegia, paese d'origine di lei, con i loro cinque figli e finiscono subito sotto la lente della comunità locale. Un livido sul collo della figlia adolescente mette in moto i servizi di protezione dei minori e, in breve, i bambini vengono collocati in tre diverse famiglie affidatarie mentre il caso viene indagato, con i genitori che si trovano anche a fronteggiare la minaccia incombente del carcere – non è soltanto il livido a essere contestato, ma l'intera loro visione del mondo. All'improvviso, il fiordo calmo e idilliaco dove credevano di aver trovato un rifugio sicuro si trasforma in una escape room da incubo, senza via d'uscita alla luce della rigida legislazione norvegese.

Il film combina con efficacia il dramma familiare con il legal thriller, come il vincitore di Cannes 2023 Anatomia di una caduta, mantenendo alta la tensione e restando ambiguo fino all'ultimo minuto, spingendo così a mettere in discussione i punti di vista di tutti i personaggi durante, e ben oltre, la visione. Ma per quanto Mungiu cerchi l'oggettività e la non partigianeria, a emergere è la narrazione dominante degli accusatori contro gli accusati – meno per le loro azioni specifiche che per i loro metodi “arretrati” in un mondo progressista che, per esempio, considera limitare l'accesso dei figli a YouTube una forma di privazione. Si pone anche la questione se sia democratico imporre un insieme di vedute sugli altri con la condiscendente convinzione che servano il bene comune, in un momento in cui certi valori cristiani hanno iniziato a essere percepiti come una patologia, e se i progressisti debbano per forza rivendicare l'ultima parola in un mondo in cui l'accelerazione del progresso comporta in realtà il rischio di estinzione.

Mungiu sovverte anche la posizione solitamente subalterna dell'europeo dell'Est all'interno del mondo occidentale, tratteggiando Mihai come un rumeno istruito e pienamente integrato che non esita a cercare giustizia con i propri mezzi, rifiutando di accettare la visione del mondo occidentale come intrinsecamente onnisciente. Tutta questa complessità filosofica è incastonata in una struttura drammatica misurata e lineare, che si dispiega perlopiù in spazi interni e si articola in un linguaggio cinematografico asciutto che non sopraffà mai lo spettatore, lasciando invece ampio spazio alla riflessione. Le interpretazioni misurate di Stan e Reinsve si accordano con l'estetica complessivamente minimalista del film, mentre la macchina da presa di Tudor Vladimir Panduru ci conduce, silenziosa ma costante, in ambienti meticolosamente composti che, in contrasto con il tumulto degli eventi che vi si consumano e con l'oscurità bluastra all'esterno, ricordano quanto possa essere fragile e, in ultima analisi, illusorio il senso di sicurezza prodotto dall'ordine esteriore.

Fjord è prodotto dalla rumena Mobra Films in coproduzione con la svedese Garagefilm International AB e la francese Why Not Productions. Goodfellas ne cura le vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)


Photogallery 18/05/2026: Cannes 2026 - Fjörd

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© 2026 Fabrizio de Gennaro for Cineuropa - fadege.it, @fadege.it

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