Recensione: Visitation
di Jan Lumholdt
- CANNES 2026: L'ultimo film di Volker Schlöndorff è un'opera elaborata e intimamente commovente sulla storia tedesca, incentrata su un idilliaco lago di una casa estiva nell'arco di quasi un secolo

Presentato nella sezione Cannes Première, Visitation è uno dei gioielli del 79mo Festival di Cannes, diretto da Volker Schlöndorff, tra le figure di spicco del movimento del Nuovo cinema tedesco degli anni Sessanta, attivo ormai da sette decenni. In sala, alla proiezione di gala, ce n'erano due: Wim Wenders era tra il pubblico ad applaudire l’ultima opera dell’amico.
Tratto dal romanzo del 2008 di Jenny Erpenbeck, Visitation abbraccia quasi un secolo di storia tedesca, iniziando dai primi anni Trenta e concludendosi attorno alla data di pubblicazione del libro. L’ambientazione è un idilliaco angolo lacustre poco a est di Berlino, venduto da un contadino a due acquirenti che vi costruiscono altrettante case di villeggiatura. Uno è un architetto e ammiratore di Albert Speer, che si edifica una complessa residenza in stile Bauhaus per sé e per la sua amante, completa di un sofisticato armadio con un vano nascosto che più tardi potrebbe salvare una vita. L’altro è un mercante di tessuti ebreo, che per la propria famiglia — la moglie, il figlio, la nuora e la nipote — opta per un progetto più pittoresco. Quando i nazisti prendono il potere, il mercante viene costretto a vendere la proprietà all’architetto a un prezzo stracciato, con ben poca possibilità di opporsi. Scoppia la guerra, la famiglia del mercante viene deportata in treno, l’architetto è inviato al fronte orientale e, non molto dopo, irrompono le truppe sovietiche — e a quel punto il vano nascosto dell’armadio si rivela particolarmente utile.
Con il diventare realtà della neonata Repubblica Democratica Tedesca (RDT), l’architetto e la sua amante fuggono a ovest e si trasferisce nella casa una famiglia di intellettuali convintamente comunisti, ancora una volta composta da marito, moglie, figlio, nuora e nipote — quest’ultima è la narratrice della storia. Con il passare degli anni Sessanta, la calma idilliaca si ristabilisce gradualmente e, grazie a solidi legami con il Partito, la famiglia gode di un accesso esclusivo alla casa, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino, quando il capitalismo arriva di pari passo con un crescente senso di malinconia. In ultima analisi, il film parla della Storia e della sua inesorabile intrusione nelle vite comuni, anche in questo angolo del mondo apparentemente placido.
Un’opera affettuosamente intima, Visitation spesso sembra un ritrovo tra amici, dentro e fuori dallo schermo. Il film vanta un ricco cast di talenti attoriali tedeschi di diverse generazioni, tra cui molti volti noti della vasta filmografia del regista: Susanne Wolff, Ulrich Mattes, Angela Winckler (da L’onore perduto di Katharina Blum) e David Bennent (da Il tamburo di latta, vincitore della Palma d’oro), per citarne solo alcuni. Particolarmente notevoli sono Martina Gedeck, Lars Eidinger (nei panni di un filonazista leggermente meno spregevole che in Moulin, in competizione proprio a questo festival quest’anno) e Wigand Witting (anche lui da Il tamburo di latta). La vera protagonista del film potrebbe essere la casa di villeggiatura stessa, originariamente appartenuta a… Albert Einstein. La realtà, a volte, è davvero più singolare — e più grande — della finzione.
Quanto all’architetto dietro l’elaborata creazione che è Visitation, l’87enne Volker Schlöndorff si conferma in tutto e per tutto all’altezza della sua fama: un veterano del cinema tedesco che, come un coriaceo calabrone, è perfettamente consapevole di poter volare e visibilmente felice di farlo.
Visitation è una produzione tedesca di Ziegler Film, in coproduzione con Volksfilm, StudioCanal, Studio Babelsberg e Mideu Films. StudioCanal cura anche le vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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