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CANNES 2026 Quinzaine des Cinéastes

Recensione: Le Journal d'une femme de chambre

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- CANNES 2026: Radu Jude torna a una splendida essenzialità in quest'opera leggermente metateatrale su una madre romena che lavora nella casa di una famiglia borghese di Bordeaux

Recensione: Le Journal d'une femme de chambre
Ana Dumitrașcu (a sinistra) e Mélanie Thierry in Le Journal d'une femme de chambre

Sarebbe difficile trovare un debutto più incisivo sulla Croisette per Radu Jude, che torna in grande stile dopo la saga di tre ore sull’IA Dracula, un film in totale contrasto con il suo nuovo lavoro di un'ora e mezza, Le Journal d'une femme de chambre. Con la sua anteprima alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes, il regista gioca con la sua visione classica della borghesia altezzosa e con una familiare satira dell'Europa popolare e raffinata: il cosiddetto Oriente barbarico e l'Occidente civilizzato. Per quanto sia un tema già trattato, Jude esegue la miscela con sicurezza, creando un piacevole connubio di modernità politica e umorismo nero.

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Ambientato a Bordeaux, il film è una reinterpretazione – nel cartello iniziale Jude usa la parola “variazione” – dell'omonimo romanzo del 1900 di Octave Mirbeau. Gianina (Ana Dumitrașcu) lavora senza sosta nella casa dei facoltosi Donnadieu (Mélanie Thierry è Marguerite e Vincent Macaigne è Pierre), come cuoca, governante e tata del loro figlio Louen (Louen Bouteiller). Mentre la giovane romena vuole solo tornare dalla figlia preadolescente Maria (Sofia Dragoman) per le vacanze, Marguerite la incoraggia a recitare in un adattamento amatoriale della storia del titolo, aggiungendo un elemento metateatrale al film.

Jude trova facilmente una star in Ana Dumitrașcu, che in Dracula aveva una piccola parte. L'esitazione accondiscendente e capace di suscitare empatia nella sua voce viene contrastata da ogni imprecazione rumena che borbotta sottovoce ai Donnadieu. In un gesto forse solo in parte intenzionale, persino vedere i sottotitoli francesi trasformare il suo nome in “Janina” quando la famiglia la chiama suona come una violazione della sua autonomia. Mentre i Donnadieu discutono con gli amici francesi, chiusi nella loro torre d’avorio, del futuro dell’Europa e pretendono che Gianina dica la sua – in quanto unica persona “dell’Est” nella stanza –, Jude crea una gag a più livelli che va oltre lo schermo. Trasforma la sua cringe comedy a sfondo politico in un momento che torna indietro come un boomerang: il pubblico che ride dell'ignoranza del gruppo viene a sua volta trafitto dal proprio complesso di superiorità autoconfermato, imitando quello dei personaggi.

Le Journal d'une femme de chambre è, per molti versi, piacevolmente semplice nel modo in cui Jude sceglie di esprimere il suo messaggio. Con la fotografia del suo abituale collaboratore Marius Panduru, il cineasta romeno predilige una macchina da presa fissa e senza fronzoli, utilizzando inoltre filmati girati con lo smartphone per illustrare la prospettiva di Gianina, inserisce videochiamate e scandisce il passare del tempo attraverso raccolti che appassiscono in un campo. Una tensione sgraziata aleggia fra Gianina e Pierre quando lui le porge un bonus per essersi presa cura di sua madre, Madame Anne (Marie Rivière). Entrambi recitano le rispettive parti di capo timidamente generoso e di dipendente ostinatamente obbediente, come dettato dai rispettivi habitus.

Il film si chiude su una nota sorprendentemente priva di cinismo, che si presta a più letture. Jude potrebbe ripercorrere la fiaba popolare romena di Fǎt-Frumos, come la racconta Gianina, ma la sua narrazione evoca simultaneamente anche la favola-parabola del vecchio cinese e il cavallo: la sfortuna può essere semplicemente una benedizione sotto mentite spoglie, ma questa benedizione può a sua volta generare ulteriore sfortuna. Per la classe operaia, è un problema insidioso.

Le Journal d'une femme de chambre è una produzione della francese SBS Productions, coprodotta dalla romena Avanpost. SBS International ne detiene i diritti di vendita internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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