Recensione: Titanic Ocean
- CANNES 2026: Con la sua opera prima, dopo vari cortometraggi acclamati, Konstantina Kotzamani si immerge a fondo nella cultura del mermaiding in Giappone

Le sirene sono un simbolo senza tempo di femminilità e desiderio; il loro fascino mitico è popolare in Europa quanto nel resto del mondo; di conseguenza, vedere una cineasta greca come Konstantina Kotzamani realizzare un film di sirene in Giappone ha perfettamente senso. Titanic Ocean segna il primo lungometraggio della regista, un progetto a lungo in gestazione che ora è in anteprima al Certain Regard del Festival di Cannes, il che non sorprende, perché i suoi corti e mediometraggi precedenti sono stati presentati in tutti i principali festival europei, dalla Berlinale con Washingtonia nel 2014, a Cannes (alla Semaine de la Critique) con Limbo nel 2016, nonché a Venezia con Electric Swan nel 2019 e a Locarno con What Mary Didn’t Know nel 2024.
L’ascesa del “mermaiding” come sport competitivo affascina Kotzamani da oltre un decennio e l’ampia ricerca svolta per rendere Titanic Ocean credibile e possibile è evidente nella meticolosa scenografia e nei costumi. Dagli elaborati oggetti di scena e i luccicanti costumi alle straordinarie code da sirena con cui le ragazze si allenano a nuotare, tutto ha una qualità ornamentale. Ogni adolescente sfoggia capelli di colori sgargianti – lunghi e fluenti, per turbinare con effetto sott’acqua – e una coda abbinata, cucita su misura per il proprio alter ego subacqueo. Ma poiché bellezza e resistenza sono i criteri principali di questo sport, il prezzo da pagare è alto.
La protagonista si chiama Akame, ma è conosciuta come “Deep Sea”; è anche la narratrice, la cui voce soave guida il pubblico attraverso il mondo onirico del film. Titanic Ocean condivide la dimensione onirica dei film precedenti di Kotzamani, ma fa molto più affidamento su indizi psicologici comunicati tramite monologhi interiori per preparare una svolta soprannaturale più avanti nel film. I poteri mistici sono attesi in ogni racconto di sirene, ma la regista greca si premura di dedicare sufficiente attenzione alla realtà fisica dietro il mito: queste sirene in addestramento devono imparare a espandere i polmoni a capacità straordinarie, muovere anche e gambe in un certo modo e, nel farlo, mantenere un aspetto impeccabile. Non stupisce che alcune compagne di Deep Sea fatichino sotto il peso di sadici standard di bellezza che affliggono anche questo angolo dell’industria.
Titanic Ocean incorpora molti dei principali motivi associati alle leggende e alle fiabe sulle sirene – la perdita della voce, il desiderio romantico, la rivalità e la lotta per l'identità – senza però mai prendere esplicitamente posizione su nessuno di essi, tentando piuttosto di evocare una mitologia delle sirene più unitaria per i giorni nostri. Per raggiungere questo obiettivo, Konstantina Kotzamani combina una particolare interpretazione dell'estetica della girlhood giapponese con una fotografia fluida e una colonna sonora potente ed evocativa che regge gran parte del film. Il ruolo centrale del suono, del canto e della voce femminile come concetti, tuttavia, rischia di essere soffocato dalla miriade di immagini, così luminose e ornamentali da risultare opprimenti nell'atto finale. Per quanto promettente sia indubbiamente come esordio, Titanic Ocean potrebbe semplicemente rivelarsi troppo elusivo per essere pienamente compreso e apprezzato a una prima visione.
Titanic Ocean è prodotto da Homemade Films (Grecia), in coproduzione con Wunderlust (Germania), deFilm (Romania), Manny Films (Francia), Frida Films (Spagna), Happinet Phantom Studios (Giappone) e Mam Film (Giappone). Le vendite internazionali sono affidate alla francese Paradise City Sales.
(Tradotto dall'inglese)
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