Recensione: Elephants in the Fog
di Olivia Popp
- CANNES 2026: Abinash Bikram Shah illumina la Croisette con il suo esordio nel lungometraggio, che racconta la storia di una matriarca nepalese transgender alla ricerca della figlia scomparsa

In un remoto villaggio nepalese, la comunità sfila ogni notte nella foresta vicina, cantando e urlando forte per allontanare gli elefanti selvatici, spesso aggressivi, che vi si aggirano. Nel buio, si odono i crepitii e i gemiti gutturali del bosco, la gente illuminata solo dalle torce ardenti. Nella scena d’apertura del lungometraggio d’esordio del regista nepalese Abinash Bikram Shah, assistiamo all’avanzata del villaggio contro una minaccia esterna. Ma cosa succede quando la minaccia arriva anche dall’interno?
Con Elephants in the Fog, presentato in prima mondiale nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes e vincitore anche di un premio della giuria (leggi la news), è la seconda volta di Bikram Shah sulla Croisette – la prima è stata nel 2022 con il suo cortometraggio Lori, che ha ottenuto una menzione speciale della giuria. Il cineasta si è fatto un nome come co-sceneggiatore di Min Bahadur Bham con La gallina nera e Shambhala, entrambi poi selezionati come rappresentanti del Nepal agli Oscar nelle rispettive annate. Ora, mette a frutto le sue doti di scrittore e regista in un esordio vibrante e decisamente rivoluzionario, che si impegna a ritrarre la comunità Kinnar del Nepal senza sacrificare la narrazione o la maestria artistica.
Bikram Shah pone al centro Pirati (Puspa Thing Lama), donna di mezza età e matriarca Kinnar considerata madre di Apsara (Aliz Ghimire), Joon (Sahab Din Miya) e Chameli (Jasmin Bishwokarma) nel villaggio nepalese. Le Kinnar, donne trans che giurano castità in cambio di poteri di benedizione e maledizione, sembrano rispettate per le loro abilità. Eppure, al contempo, sono esposte a una violenza misogina e transfobica che serpeggia sotto quella venerazione. Ciò è restituito sul piano sonoro da una colonna sonora pulsante che combina suoni naturalistici con archi avvolgenti, crescendo lentamente in fervore e furia fino a un parossismo finale: merito dei sound designer Henrique Chiurciu e Frédéric Alvarez.
Pirati infrange silenziosamente i voti Kinnar intrattenendo una relazione con il suo baffuto “maestro di tamburo”, uno strumentista (Aashant Sharma) che vive in una grande città lì vicino, e arriva persino a progettare di lasciare il villaggio. Tuttavia, quando la ribelle Apsara – più interessata a ballare alle feste e a girare video su TikTok nel bosco, come tante altre giovani donne – scompare, Pirati mette da parte tutto e si ossessiona alla sua ricerca. Grazie all’interpretazione commovente dell’attivista nepalese trans LGBTQIA+ Thing Lama, la sua fiera determinazione lascia il posto a una disperazione materna che è impossibile non percepire visceralmente. Il regista non perde mai di vista la sua prospettiva, facendo di Elephants in the Fog un racconto necessario.
Il pubblico potrebbe aspettarsi che Bikram Shah riprenda la sottigliezza tematica presente nei film che ha co-scritto. Invece, abbraccia pienamente uno stile che guarda con decisione al thriller sociopolitico – e con grande successo, rendendo Elephants in the Fog accessibile a un’ampia fascia di pubblico più commerciale. Lavorando con l’acclamato direttore della fotografia Noé Bach (presente a Cannes quest’anno anche come DoP di La Vie d'une femme e L'Espèce explosive), Bikram Shah sfrutta i contrasti del paesaggio con esiti di grande bellezza. In una scena, la comunità ricorre a spettacoli pirotecnici per spaventare gli elefanti, illuminando l'inquadratura oscura con strisce di luce arancione brillante.
Le mosse creative dell’autore-regista sono ampie e audaci: fa di tutto per ritrarre la realtà del villaggio con un’intensità caleidoscopica. Piaceri fisici e interazioni crude affiorano in superficie: le donne Kinnar si lanciano oscenità, orde di giovani impazziscono per le mosse di danza di Apsara, e in una scena Pirati e il suo compagno fanno sesso appassionato sotto luci colorate. Proprio come la ricerca della verità di Pirati, anche Bikram Shah mette in piazza i “panni sporchi” della comunità. Basta fingere che ci sia qualcosa di sacro in tutto questo, sembra dire. Queste donne meritano di meglio.
Elephants in the Fog è una coproduzione nepalese-tedesca-brasiliana-francese-norvegese, prodotta da Underground Talkies Nepal, Les Valseurs e Die Gesellschaft DGS, e coprodotta da Enquadramento Produções, Bubbles Project, Zischlermann Filmproduktion, Storm Films e Jayantii Creations. Le vendite internazionali sono affidate alla belga Best Friend Forever.
(Tradotto dall'inglese)
Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

















