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SXSW LONDRA 2026

Recensione: The Boy with the Light-Blue Eyes

di 

- Il film di Thanasis Neofotistos fonde coming-of-age e realismo magico seguendo le vicende di un adolescente accusato di portare una maledizione tra le montagne della Grecia settentrionale

Recensione: The Boy with the Light-Blue Eyes
Giorgos Karydis in The Boy with the Light-Blue Eyes

Dopo i cortometraggi selezionati a Venezia e Locarno, il cineasta greco Thanasis Neofotistos ha presentato in anteprima a SXSW London il suo lungometraggio d'esordio, The Boy with the Light-Blue Eyes, segnando un lancio più sottotono del previsto. Incerto e non del tutto convincente, ma ricco di momenti di vivacità e dinamismo visivo, il film oscilla tra successo e fallimento artistico a ogni nuova scena – eppure, il suo brio e la sua originalità catturano l'attenzione, soprattutto considerando il conservatorismo che si riscontra nei debutti d'autore di questo tipo. 

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Ispirandosi alla difficile educazione del regista in Epiro, regione montuosa della Grecia vicino al confine con l'Albania, allegorizza la scoperta – e il sospetto esterno – della propria identità queer attraverso il protagonista Petros (Giorgos Karydis), costretto dalla madre, Lemonia (Syrmo Keke), e dalla nonna, Margarita (Sofia Filippidou), a portare goffi occhialoni protettivi per contrastare la presunta forte fotosensibilità dei suoi occhi. Con Margarita che funge da leader matriarcale del piccolo villaggio, la comunità è ancora soggiogata da superstizioni arcaiche come il “malocchio”, ed è subito chiaro che i suoi occhi azzurri sono percepiti come una minaccia perturbante. Petros sta anche costruendo un'amicizia intima con Aemon (Pablo Soto), un coetaneo del posto, e la sua crescente presa di coscienza della propria identità queer è messa in relazione, da Neofotistos e dal co-sceneggiatore Grigoris Skarakis, con l'“othering” che deve affrontare a causa delle bizzarre credenze popolari del villaggio.

Neofotistos rinuncia alla sottigliezza nel racconto legandosi così strettamente alle tribolazioni di Petros, seguendolo in una poco spiegata avventura esplorativa in barca attraverso una palude e verso una turbina eolica, contro la quale Margarita mette anche gli abitanti del paese, vedendo in questa moderna fonte di energia il pretesto perché abbandonino del tutto la zona. Le location esterne e persino la luce naturale sono intrise di blu, evocando la percezione distorta di Petros attraverso gli occhialoni e anche il dolore psichico di quasi tutti coloro che incontra, ad eccezione di Aemon, che non lo considera una minaccia. Quando il film approda al suo atto finale, i riferimenti diretti ai miti greci di Medusa ed Edipo mostrano il tentativo di Neofotistos di collocarsi in una genealogia nazionale familiare, conferendo al racconto un senso di catarsi e fatalismo. 

Con un'inquadratura che si estende all'inizio e alla fine fino al formato widescreen 1.85:1, ma che si assesta sul formato Academy per la parte principale, The Boy with the Light-Blue Eyes mostra affinità con Mommy di Xavier Dolan, che tentava una simile strategia visiva nell'esplorazione della crescita di un giovane queer ribelle, mentre i suoi febbrili tocchi di realismo magico e l'ambientazione remota rivelano anche l'influenza del lavoro di Alice Rohrwacher. La sceneggiatura ha ben poco della sofisticazione di quest'ultima – e, del resto, della sua analisi di classe – ma il controllo del tono e l'apparato visivo di Neofotistos rivelano un talento raro, conferendo alle sue immagini fantastiche una certa incisività ed evitando qualsiasi parvenza di kitsch.

The Boy with the Light-Blue Eyes è una coproduzione tra Croazia, Cipro, Grecia, Macedonia del Nord, Romania, Serbia e Stati Uniti, guidata da Argonauts Productions. Coproducono Atalante, Y.E. Films, Sektor Film, Studio Corvus, Sense Production, Luna Film e ERT SA. Gersh cura le vendite negli Stati Uniti.

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(Tradotto dall'inglese)

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