email print share on Facebook share on Twitter share on LinkedIn share on reddit pin on Pinterest

BIOGRAFILM 2026

Recensione: The Winning Generation

di 

- Una storia di eredità politica e familiare attraversa dodici anni di storia armena nel secondo lungometraggio documentario di Marco De Stefanis

Recensione: The Winning Generation
Shant e Shahen Harutyunyan in The Winning Generation

“Figlio, ora vedrai con i tuoi occhi cosa significa distinguersi in guerra. Non disonorare i tuoi antenati”. Le parole tratte dall’Odissea che aprono The Winning Generation introducono il tema centrale del secondo lungometraggio documentario di Marco De Stefanis: l’eredità. Un’eredità politica, morale e familiare che attraversa tre generazioni della famiglia Harutyunyan e che il regista segue nell’arco di dodici anni, intrecciando una vicenda privata con la storia recente dell’Armenia.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Presentato in concorso internazionale al Biografilm di Bologna dopo l’anteprima a Movies That Matter e il passaggio al Festival di Cracovia, il nuovo film del regista italiano accompagna Shahen Harutyunyan dall’adolescenza fino all’ingresso nell’agone politico nazionale. Quando il padre Shant, storico oppositore del potere e prigioniero politico, viene incarcerato, il testimone della lotta passa al figlio quattordicenne. È l’inizio di un percorso che porterà Shahen a diventare uno dei volti emergenti della nuova opposizione armena.

Più che un film sulla politica, tuttavia, The Winning Generation si rivela un film sulla trasmissione dei valori. La lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale viene raccontata come una sorta di patrimonio familiare. Prima ancora di Shant, infatti, era stato il nonno di Shahen – esule negli Stati Uniti e attivista della causa armena – a fare dell’impegno politico una missione esistenziale.  “Mio nonno mi ha lasciato due cose: il nome e il megafono”, racconta il protagonista, sintetizzando il senso di una continuità che il film mette costantemente in scena.

Pur lavorando con un personaggio naturalmente portato alla retorica della militanza, De Stefanis evita la costruzione dell’eroe. La sua macchina da presa si concentra sulla quotidianità dell’attivismo: assemblee, manifestazioni, discussioni strategiche, campagne sui social. Accanto alle parole d’ordine sulla libertà e sulla dignità nazionale emergono così interrogativi più personali: quanto pesa l’eredità familiare nelle scelte di Shahen? La sua è una vocazione autentica o un destino ricevuto in consegna? E quale prezzo comporta dedicare la propria giovinezza a una causa politica?

Sono domande che il film lascia affiorare senza forzare risposte. La relazione tra padre e figlio costituisce infatti il cuore emotivo dell’opera. In mezzo ai discorsi sulla storia nazionale e alle analisi geopolitiche, trovano spazio gesti semplici, quasi domestici, che restituiscono la dimensione affettiva del legame: un consiglio, una preoccupazione, un “mettiti il maglione ché fa freddo” che improvvisamente ridimensiona il peso della retorica patriottica.

L’approccio di De Stefanis rimane prevalentemente osservazionale. Più che fornire una lettura esaustiva della situazione politica armena, il regista si interessa al modo in cui essa viene vissuta da una generazione cresciuta tra conflitti, insicurezza e ridefinizioni identitarie. La lunga durata delle riprese diventa così il principale strumento narrativo del film: osserviamo Shahen maturare, trasformando la rabbia adolescenziale in progetto politico.

Il film arriva al Biografilm pochi giorni dopo le elezioni parlamentari armene del 7 giugno, che hanno confermato al governo il partito di Nikol Pashinyan, mentre lo schieramento di Shahen Harutyunyan non è riuscito a superare la soglia necessaria per ottenere rappresentanza parlamentare. Una coincidenza che aggiunge una prospettiva ulteriore alla visione. Perché, al di là del risultato elettorale, ciò che interessa qui è la persistenza dell’atto stesso di resistere. “Lottare per l’Armenia indipendente è come soffiare su un edificio per spostarlo”, disse un agente del KGB al nonno di Shahen, in prigione. Oggi, il giovane protagonista continua a soffiare. Ed è proprio in questa ostinazione che il documentario trova il suo significato più autentico.

The Winning Generation è prodotto dalla società olandese Bind in coproduzione con la torinese EiE Film.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Privacy Policy