Recensione: I Spy with My Little Eye
- Il film profondamente intimo di Alisa Kolosova segue un gruppo di amiche alle prese con un suicidio ed esplora il processo di guarigione attraverso l'accettazione e la connessione

Presentato in prima mondiale nel concorso International Narrative del Tribeca Film Festival di quest’anno, I Spy with My Little Eye, diretto da Alisa Kolosova, è incentrato sulla storia di Yalda (Soma Pysall), Solveigh (Saskia Rosendahl) e Lou (Svenja Jung), amiche intime sin dall’infanzia. Dopo il suicidio improvviso di Solveigh, le altre due si interrogano su cosa sia andato storto e su chi debba occuparsi di sua figlia di cinque anni. Mentre svuotano il suo appartamento, rievocano memorie condivise e riscoprono lentamente il loro legame.
Scritto da Judith Rose Gyabaah, e tratto da alcune lettere appartenute a sua madre, I Spy with My Little Eye è un film profondamente intimo, che si concentra in gran parte su scene semplici e su potenti primi piani dei personaggi – non necessariamente in senso strettamente tecnico, quanto psicologico. La macchina da presa indugia su volti ed emozioni, trascinando il pubblico nei mondi interiori dei personaggi.
Il montaggio di Evelyn Rack e Billie Mind è estremamente interessante perché mette insieme diversi piani temporali, mescolando l’infanzia delle ragazze con le conseguenze del suicidio. Una scelta piuttosto comune in film che affrontano temi simili, ma l’intuizione sta nel fatto che le scene del passato non sono semplicemente aggiunte alla storia del presente, senza rispettare un ordine cronologico. Al contrario, le scelte assumono un significato preciso in momenti specifici del film, creando una narrazione interna che ne facilita la comprensione.
Nondimeno, a tratti sembra che il film avrebbe giovato di una scelta più chiara di ritmo. In alcuni momenti la tensione si alza, ma nella sequenza successiva si abbassa rapidamente. Nel complesso è un approccio interessante, ma in alcune scene manca coerenza nel modo in cui viene indirizzato il sentire dello spettatore rispetto alla storia, con il rischio che alcuni possano perdere interesse per le emozioni e le motivazioni dei personaggi. Il tono del film, però, è piuttosto originale, perché lo spostamento del fuoco lo distingue dalla consueta storia di suicidio.
Di fatto, I Spy with My Little Eye rifiuta di esprimere un giudizio netto sulla persona che sceglie di togliersi la vita. Torna invece ai ricordi condivisi di amore e legame, cogliendo il modo in cui chi resta setaccia disperatamente il passato in cerca di segni, indizi o spiegazioni. Eppure così facendo, quei ricordi inevitabilmente si alterano, offuscati dal bisogno, nelle menti dei superstiti, di trovare un motivo per quanto accaduto. Le dolorose domande che sorgono dopo la perdita per suicidio di una persona cara, come “Perché l’ha fatto?”, “Non mi amava abbastanza da restare?” e “Avrei potuto fare qualcosa per impedirlo?”, possono arrivare a dominare il processo di elaborazione del lutto. Domande che molti conoscono e che risuoneranno anche al di là di circostanze così estreme, toccando esperienze di perdita più ampie.
In ultima analisi, il film suggerisce che cercare all’infinito delle ragioni possa essere l’approccio sbagliato. Invece di restare imprigionati nel passato, propone un diverso percorso nel lutto: radicato nell’accettazione e nella possibilità di un futuro migliore, in particolare attraverso il rapporto delle due donne con la figlia di Solveigh. Il messaggio sotteso è che la guarigione non nasce dal rivisitare senza sosta ciò che non può essere cambiato, ma dal trovare la forza di andare avanti.
I Spy with My Little Eye è prodotto dalla tedesca Maverick Film, BR Bayerischer Rundfunk e WDR Westdeutscher Rundfunk. Epsilon Film ne cura le vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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