Recensione: Lionel
- L'esordiente Carlos Sainz riunisce una famiglia disfunzionale in un road movie senza una meta precisa, recuperando un ricordo sentimentale con l'aiuto di una colonna sonora personalizzata

Da un punto di vista sociologico, il protagonista del film che porta il suo nome, Lionel, angosciato dall’imminente perdita della pensione di orfano in seguito alla morte della madre, senza idee su cosa fare della propria vita e in ansia di fronte a un futuro incerto, è un “nini”: un giovane smarrito nell’esistenza che non studia né lavora. Ma, con uno sguardo curioso e privo di pregiudizi, il regista Carlos Saiz lo strappa alle statistiche e lo pone al centro di un viaggio emotivo senza una risoluzione definitiva, ma terapeutico, trasformativo e rivelatore, in cui il ricongiungimento con suo padre, anch’egli di nome Lionel, che non vede da anni, passa dall’essere un tormento a diventare un’esperienza di recupero della memoria condivisa e dei legami affettivi. I personaggi di Lionel sono assolutamente reali, anche se il film non è del tutto documentario, e ogni cosa ha inizio a Cluj-Napoca un decennio fa, dove Saiz ha conosciuto Lionel figlio, mentre ora il film viene proiettato proprio lì, nella sezione competitiva del Festival di Transilvania.
Anche Lionel padre è un “nini”, sebbene ormai in età avanzata; fuma spinelli, ha scatti d’ira e non è sempre facile andare d’accordo con lui. Suo figlio prova un misto di rancore, pena e vergogna nei suoi confronti ma, nonostante questo rifiuto e nonostante non abbiano più contatti stretti da anni, sale in macchina per viaggiare insieme da Murcia a Marsiglia in occasione del compleanno di sua sorella Alicia, dove lei lavora come insegnante di spagnolo. E mentre all’inizio il padre appare apatico e scontroso, e Lionel diffidente e distante, il primo finisce per entusiasmarsi nel mostrare ai figli ormai cresciuti i luoghi dove trascorrevano le vacanze prima del divorzio dalla madre defunta, quando erano ancora una famiglia, mentre i due fratelli arrivano a comunicare con una sincerità mai vista prima. Non accade loro nulla di straordinario, eppure succedono molte cose allo stesso tempo. Più importante della trama stessa è il mondo interiore del giovane Lionel, che si dispiega davanti ai nostri occhi tra flussi e riflussi emotivi. Al ritmo di canzoni, alcune popolari e altre meno, in sintonia con i suoi stati d’animo, arriviamo a comprenderlo meglio, anche al di là di ciò che viene espresso a parole.
Una storia profondamente personale e priva di grandi artifici narrativi che, sulla carta, sembra promettere qualcosa di già visto innumerevoli volte - lo scontro tra generazioni e modelli di mascolinità, la ricostruzione del rapporto tra padre e figlio - ma che alla fine risulta leggera e avvincente. Non solo grazie al carisma dei suoi protagonisti, ai quali viene concessa sufficiente libertà per essere se stessi, ma anche grazie al lavoro di un regista che tesse una delicata trama cinematografica a partire da sguardi, inquadrature intime, gesti impacciati e una colonna sonora onnipresente. In questo modo riesce a ritrarre con onestà non solo questo rapporto familiare, ma anche una realtà spagnola che raramente vediamo sullo schermo: aspra, stagnante e malinconica, persino alla luce del sole.
Lionel è coprodotto dalle spagnole Bluconic Films AIE, Blur Media e Icónica Films e la francese Promenades Films.
(Tradotto dallo spagnolo)
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