Recensione: La violinista
- Ervin Han e Raúl García firmano un film che abbraccia un ampio arco temporale, intrecciando racconto intimo e storia di guerra con il fuoco della musica come filo conduttore

"I sogni sono il carburante della giovinezza. Non so se si realizzino davvero, ma forse basta ricordare come sono iniziati". È una suggestiva immersione nel passato quella che, nel 1982, innesca la domanda di un tenace giornalista spagnolo a una leggenda del violino nata a Singapore: "Perché ha sempre suonato con lo stesso violino per 40 anni quando avrebbe potuto avere i migliori Stradivari o i migliori Guarneri?". A schiudere le porte di un potente ricordo segreto è una vecchia foto scovata dal reporter melomane: il ritratto in bianco e nero di una bambina e di un bambino con i loro violini. Questo è il punto di partenza del seducente La violinista del singaporiano Ervin Han e dello spagnolo Raúl García (Extraordinary Tales), presentato nel concorso L’Officielle del 45mo Festival del cinema d’animazione di Annecy.
"Le storie e la musica sono tutto ciò che abbiamo". Nel 1932, a Singapore, nella Malesia allora britannica, la giovane Fei prepara il suo primo recital e vede entrare nella sua quotidianità Kai, un orfano accudito dalla domestica di casa. Dotato di un orecchio musicale perfetto, il bambino si esercita di nascosto con il violino, con la benedizione dell’insegnante di Fei, e nel giro di pochi mesi, con sorpresa generale, si rivela un vero prodigio dello strumento. Divenuti inseparabili, Fei e Kai moltiplicano i piccoli concerti in duo negli anni successivi, ma nel 1937 inizia la Seconda guerra sino-giapponese, che si avvicinerà sempre più pericolosamente alla Malesia fino ai drammatici bombardamenti del luglio 1941, prologo all’occupazione di Singapore da parte dei giapponesi ("non c’era luce, solo oscurità, senza alcuna speranza, senza musica"). Kai entra allora nella Resistenza e nella clandestinità. I due amici sopravvivranno alla guerra? Suoneranno mai la Sonata del sole al tramonto in re maggiore che Kai ha iniziato a comporre per i loro due violini? Fino a che punto la musica può confortare le anime in pena e, meglio ancora, diventare una guida, una fiamma pacifica che illumina il futuro?
Intrecciando con grande abilità la dimensione individuale e la grande Storia, la sceneggiatura firmata da Ervin Han e Jordan K. See tesse un ampio affresco romanzesco che attinge a più generi (nucleo sentimentale, film di guerra – spionaggio e attentati della Resistenza, incontri con sottomarini, minacce del Kempeitai, la Gestapo giapponese, ecc. –, indagine del dopoguerra). Il tutto nell’arco di 50 anni, dalla città alla giungla passando per le sale da concerto, con il filo rosso della musica che dà voce a tutte le emozioni provate. Una costruzione virtuosistica in flashback che alterna i punti di vista e distilla indizi a illuminare il percorso di un ottimo film, meravigliosamente messo in musica da Ricky Ho e Isabel Latorre, che valorizza il disegno a mano e che, sull’esempio del violino ("lo strumento più vicino alla voce umana"), ancora in profondità il potere di speranza e resilienza dei sogni e dell’arte in un mondo preda dei conflitti.
La violinista è prodotto da Robot Playground Media (Singapore) con TV On Producciones (Spagna) e Altri Occhi (Italia). France tv distribution cura le vendite internazionali.
(Tradotto dal francese)
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