email print share on Facebook share on Twitter share on LinkedIn share on reddit pin on Pinterest

CPH:DOX 2026

Recensione: In Defense of Self

di 

- Il documentario di Linn Helene Løken è un inquietante promemoria del fatto che dietro ogni rapporto ufficiale si cela una storia di dolore troppo spesso inascoltata

Recensione: In Defense of Self

A prima vista, In Defense of Self potrebbe sembrare quel tipo di documentario d’inchiesta che ricostruisce un controverso omicidio da parte della polizia. Eppure la cineasta norvegese Linn Helene Løken affronta il materiale da una prospettiva ben più intima e perturbante. Costruito in larga misura attorno a diverse ore di registrazioni audio personali lasciate dallo scrittore Morten Michelsen prima della sua scomparsa, il film si dipana come un angosciante thriller psicologico, in cui la tensione nasce non da colpi di scena, ma dalla lenta presa di coscienza che una tragedia poteva essere prevedibile. Il film ha avuto la sua prima mondiale nella competizione NORDIC:DOX di quest’anno al CPH:DOX.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

La premessa è netta. Michelsen, uomo tormentato alle prese con insonnia, alcolismo e gravi problemi di salute mentale, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalla polizia norvegese, che ha invocato la legittima difesa durante un intervento d’emergenza. Fin dall’inizio, Løken chiarisce che il finale è già scritto; la vera domanda è come si sia potuti arrivare a un esito tanto fatale. Ne scaturisce un tentativo di ricostruire il percorso che conduce a quel momento, giustapponendo le registrazioni di Michelsen con le ricostruzioni ufficiali della polizia e scorci delle strutture istituzionali che circondano il caso.

Ciò che rende il film così avvincente è la sua capacità di generare la suspense di un mistero smontando al contempo l’illusione che esista una soluzione netta. La voce di Michelsen diventa la nostra guida nel labirinto. In audio, è riflessivo, articolato e dolorosamente consapevole di sé, documenta i suoi tentativi di incanalare il tumulto interiore nella scrittura, rivelando al tempo stesso la fragilità del suo stato mentale. Ascoltandolo parlare, si percepisce gradualmente la tragedia che si stringe nella sua morsa ben prima del confronto fatale.

Løken struttura il film attorno a tre distinti filoni narrativi: le registrazioni di Michelsen, le ricostruzioni prodotte dalle forze dell’ordine e le riprese osservative di un programma di addestramento in un’accademia di polizia. Invece di privilegiare una prospettiva sull’altra, lascia che questi piani interagiscano in modo inquietante. Il contrasto tra l’universo soggettivo di Michelsen e la logica procedurale delle risposte istituzionali diventa la tensione centrale del documentario.

Questo approccio mette in luce non solo la complessità del singolo caso, ma anche carenze strutturali più ampie. Senza mai scadere nella polemica, In Defense of Self evidenzia il fragile punto d’incontro tra i sistemi di salute mentale e le forze dell’ordine – una faglia divenuta sempre più visibile nelle società occidentali. L’indagine di Løken suggerisce che la morte di Michelsen non può essere ridotta a un singolo errore; emerge piuttosto da una catena di fallimenti istituzionali, zone d’ombra burocratiche e incuria sistemica.

Le scelte estetiche della regista rafforzano questa prospettiva perturbante. Rifiutando le convenzioni del documentario levigato, abbraccia una grana ruvida, a tratti straniante, che rispecchia l’instabilità della storia stessa. Le composizioni visive appaiono deliberatamente imperfette, mentre il montaggio – a cura di Truls Krane Meby – lascia respirare il materiale senza appianarne le contraddizioni. L’effetto è inquietante ma mirato: ci viene costantemente ricordato che il film tratta frammenti di realtà, più che raccontare una storia lineare.

Un ruolo particolarmente cruciale spetta al sound design. La voce di Michelsen non è trattata semplicemente come materiale d’archivio, ma come ossatura emotiva del film. In cuffia o in sala, le sue registrazioni risultano quasi scomodamente prossime, trascinando il pubblico in un’esperienza d’ascolto intima che le sole immagini faticherebbero a raggiungere. La strategia si rivela straordinariamente efficace. A tratti, il film sembra meno un documentario tradizionale che una discesa uditiva nella mente di qualcuno che combatte una battaglia persa con sé stesso.

Ciò che in ultima analisi resta è il rifiuto del film di offrire facili risposte. Løken non inquadra Michelsen né come vittima né come colpevole, né presenta la polizia come un semplice antagonista. Piuttosto, In Defense of Self si dispiega come una riflessione inquietante su come le istituzioni tentino di gestire la vulnerabilità umana e su quanto facilmente quei sistemi possano fallire.

In Defense of Self è prodotto dalla norvegese Morild Film.

 

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dall'inglese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Privacy Policy