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SALONICCO DOCUMENTARI 2026

Recensione: We Have to Survive

di 

- Tomáš Krupa amplia il suo approccio osservativo e offre un quadro su scala globale di alcune delle comunità che per prime vengono colpite dai cambiamenti climatici e che devono adattarsi

Recensione: We Have to Survive

Il film del cineasta slovacco Tomáš Krupa successivo al suo intimo studio sul diritto a morire, The Good Death, è il documentario osservazionale sorprendentemente ampio We Have to Survive. Appena presentato in anteprima nella sezione Open Horizons del Festival internazionale del documentario di Salonicco, il film segue comunità diverse mentre si adattano a vivere sotto la pressione del cambiamento climatico in quattro angoli remoti del pianeta. Concentrandosi su popolazioni che già convivono con le conseguenze delle trasformazioni ambientali, esplora come l’adattamento diventi una pratica quotidiana.

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Strutturato come un mosaico di storie interconnesse, il documentario si sposta dalle Outer Banks della Carolina del Nord, dove i residenti costieri si confrontano con il lento avanzare dell’oceano, al deserto del Gobi in Mongolia, dove una famiglia tenta di arrestare la desertificazione piantando alberi in un paesaggio arido. Poi approda nell’insediamento sotterraneo di Coober Pedy, in Australia, dove gli abitanti si sono da tempo adattati al caldo estremo vivendo sottoterra, e infine alle gelide coste della Groenlandia meridionale, dove le comunità di pescatori fanno i conti con la scomparsa sempre più rapida del ghiaccio marino e l’incerta trasformazione dei mezzi di sussistenza tradizionali.

Invece di adottare un approccio investigativo o saggistico convenzionale, Krupa costruisce il film attraverso una serie di incontri osservazionali con protagonisti locali. Evita voice-over esplicativi e interventi di esperti, lasciando che siano i soggetti ad articolare le proprie prospettive sul cambiamento ambientale. Le conversazioni si svolgono nelle cucine, sulle barche da pesca, nei campi sabbiosi, lungo coste fragili e all’interno di case sotterranee. L’architettura del film si affida a una struttura parallela in cui i quattro filoni geografici si intrecciano. Sebbene ogni segmento abbia un protagonista centrale, Krupa allarga l’inquadratura per includere le comunità più ampie, cogliendo le implicazioni sociali del cambiamento ambientale. La linea narrativa mongola segue una famiglia di tre generazioni in una storia intima, mentre il segmento sulle Outer Banks tocca anche le tensioni politiche legate al mercato immobiliare lungo una costa che arretra costantemente.

Uno dei punti di forza del film è la fotografia di Martin Čech e Ondřej Szollos. Ottiche grandangolari catturano i paesaggi sconfinati, restituendo il senso della scala delle trasformazioni ambientali, mentre le riprese con drone ne ampliano ulteriormente la portata visiva. A tratti, il film sconfina nell’estetica dei travelogue patinati, in particolare nelle sue raffigurazioni della Groenlandia e della Mongolia. Queste immagini sono completate dal passo sicuro e dal montaggio di Peter Kudlička, che bilanciano i distinti ritmi narrativi di ciascuna location contribuendo a una prospettiva più ampia e coesa sul cambiamento climatico come condizione condivisa a livello globale.

Krupa evita deliberatamente la retorica catastrofista, concentrandosi invece sulla resilienza e sull’ingegno di comunità determinate a restare nei luoghi che chiamano casa. Molti dei protagonisti rifiutano l’ipotesi di trasferirsi, scegliendo invece di affrontare direttamente il cambiamento ambientale. Portando in primo piano queste storie umane dentro paesaggi in mutamento, We Have to Survive va oltre i confini del documentario tematico, offrendo una raccolta di storie individuali che insieme compongono il ritratto di un’esperienza collettiva.

We Have to Survive è prodotto dalla slovacca Hailstone, in coproduzione con Golden Girls Filmproduktion (Austria) e YUZU Productions (Francia). Le vendite internazionali sono affidate a Taskovski Films.

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(Tradotto dall'inglese)

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