Recensione: The Patron
- L'opera prima di Julia Thelin è uno di quei film che non sono perfetti, perché giocano pericolosamente con la credibilità, ma da cui è impossibile distogliere lo sguardo

Per aprire la 41ma edizione del Cinema Jove di Valencia i programmatori hanno fatto centro scegliendo il thriller satirico The Patron, esordio alla regia di lungometraggi (dopo essersi fatta le ossa nel formato corto con titoli come Push It e Tweener) della cineasta svedese Julia Thelin. Perché il film, con una trama arzigogolata quanto affascinante, ti tiene incollato alla poltrona continuando a farti chiedere in che direzione girerà quella storia e, soprattutto, se non andrà a finire male.
La trama racconta la storia di una donna delle pulizie (interpretata dall’inquietante Carla Sehn) che aspira a una vita migliore sotto ogni aspetto e che, dopo essersi spacciata per un’influente mecenate d’arte (Mecenaten è il suo titolo originale), invita due giovani aspiranti artisti che si guadagnano da vivere con lavoretti saltuari come camerieri nella lussuosa e vuota casa del suo capo assente. Ciò che inizia come un gioco apparentemente innocuo finisce per trasformarsi in una pericolosa spirale di inganni, desiderio di riconoscimento e abuso di potere.
Presentato in prima mondiale al Festival di Göteborg, The Patron richiama a tratti (come riconosce la stessa autrice) il cinema claustrofobico del greco Yorgos Lanthimos, quello psicologico di Roman Polanski, quello denso di Michael Haneke e persino quello acido del suo connazionale Ruben Östlund. Di quest’ultimo, in particolare The Square, poiché costruisce a sua volta con le sue immagini un’affilata critica al mondo dell’arte, ai suoi ego e alle sue servitù: un cosmo elitista e pretenzioso dove si esercita il potere con dispotismo e si sublimano molti sogni, benché risultino alquanto ridicoli (e patetici).
Ma, soprattutto, questo film è un’analisi del comportamento umano e del desiderio di essere qualcosa di più, scalando posizioni in una società che non lo permette facilmente. Per riuscirci i suoi personaggi si lasciano guidare dall’anelito di successo, infrangendo alcuni limiti morali ed etici, perché sono capaci di credere a qualsiasi menzogna purché conduca all’agognato traguardo.
Con soli tre attori principali (la già citata Sehn insieme a Lucas Lynggaard Tønnesen e Maxwell Cunningham), con qualche personaggio episodico e girato in poche location (la principale delle quali è una villa circondata dalla natura nordica), il film è volutamente ambiguo, intriso di violenza psicologica e permeato da un mistero che lo avvolge per tutta la sua durata, stuzzicando lo spettatore che si chiede costantemente: “Fino a quando si potrà sostenere la grande menzogna ordita dal protagonista?”.
Così, tra momenti di grande tensione (anche sessuale) e altri in bilico sulla sottile corda della credibilità, The Patron diventa un grido cinematografico. Uno sfogo scomodo e teso che esprime stanchezza, insoddisfazione e rabbia, e che incanale queste emozioni in molteplici forme attraverso le sue scene. Un film che non lascia lo spettatore indifferente e che polarizza il pubblico: alcuni lo amano per la sua audace scommessa narrativa, altri lo detestano proprio per lo stesso motivo.
The Patron è una produzione della compagnia svedese Grand Slam Film.
(Tradotto dallo spagnolo)
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