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MONACO 2026

Recensione: Bearhunting

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- Ambientato nella Germania del 1834, il film satirico di Peter Meister vede un gruppo di uomini tossici impegnati in una caccia all'orso, dove la vera preda è la verità (e i partecipanti stessi)

Recensione: Bearhunting
sx-dx: David Scheid, Christopher Schärf, Bernhard Schütz e Aenne Schwarz in Bearhunting

“Pace alle capanne! Guerra ai palazzi!”. Lo slogan dei volantini diffusi dallo scrittore e rivoluzionario tedesco Georg Büchner nel Granducato d’Assia nel 1834 imposta il tono di Bearhunting, il secondo lungometraggio di Peter Meister, che ha appena festeggiato una prima mondiale simultanea nella sezione New German Cinema del Festival di Monaco e al Festival di Shanghai.

Ambientato due secoli fa, durante la guerra a colpi di pamphlet condotta da Büchner contro i potenti, Bearhunting è una satira tragica con elementi western, che esplora cosa accade quando si fabbricano verità artefatte per controllare e strumentalizzare le persone. Si chiede anche per cosa valga la pena battersi in un’epoca in cui è difficile distinguere il vero dal falso. In un piccolo villaggio dell’Assia, le tensioni sono alle stelle alla vigilia della Rivoluzione di Luglio francese. Chi è al potere sperpera il denaro dei contribuenti, la gente ha fame, i soldati vengono uccisi e i fornai derubati. Nel tentativo di tutelare la propria posizione, il Maggior generale (Bernhard Schütz) offre una taglia per un orso inesistente, spedendo uomini egocentrici e insicuri in una caccia inizialmente spassosa che si trasforma in una guerra che nessuno può vincere. Alla battuta partecipano anche due fratelli austriaci, Heinrich (David Scheid) e Gustav (Christopher Schärf), che non potrebbero essere più diversi tra loro.

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Gustav è un editore mingherlino e arrogante che guarda dall’alto in basso il fratello e sogna un posto alla corte del Granduca. Heinrich è un tipo tarchiato e, in sostanza, di buon cuore, diviso, da un lato, tra la rivoluzione e una vita migliore in America e, dall’altro, tra due donne: Agnes (Pheline Roggan), ex amante del Granduca, e Minna (Aenne Schwarz), la moglie di Gustav. Il contrasto tra i due fratelli, così come il loro modo di parlare molto austriaco, aggiunge al film un tocco di umorismo pungente. Meister dimostra anche un acuto senso di come usare l’umorismo nero per sferzare l’establishment politico.

Gli uomini che partecipano alla caccia sono tutti mossi dall’avidità per la taglia, che li trasforma a loro volta nella preda perfetta. Quando si scopre che Heinrich ha ristampato di nascosto i volantini di Büchner, i cacciatori diventano i cacciati.

Il ruolo delle donne nel film è ambivalente. Da un lato, sono viste come oggetti di piacere (soprattutto da Heinrich e dal Maggior generale); dall’altro, ciò conferisce loro una certa leva nei confronti degli uomini. Inoltre, le donne – soprattutto la pastorella e Agnes – vedono benissimo la messinscena della finta caccia all’orso e cercano di liberarsi dalla mascolinità tossica che le circonda. Ma fino a che punto sono disposte a spingersi?

Il film può essere inteso come un invito a una rivoluzione gentile. La colonna sonora della band The Düsseldorf Düsterboys, che oscilla tra folk poetico, tropicalismo e punk da salotto, conferisce all’opera un carattere senza tempo. In un’epoca in cui le fake news e le retoriche divisive vengono brandite come armi, la parabola di Bearhunting sull'isteria costruita a tavolino suona scomodamente attuale, così come i suoi moniti sui pericoli della compiacenza.

Bearhunting è prodotto dalla tedesca Frisbeefilms GmbH & Co KG, in coproduzione con ZDF – Das kleine Fernsehspiel. La distribuzione è curata da Port-au-Prince Pictures.

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(Tradotto dall'inglese)

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