Recensione: 33 Steps
- Il primo lungometraggio dei cineasti slovacchi Anna e Šimon Domček è una docufiction ibrida su un rom che soffre di un trauma derivante da un brutale attacco che lo ha quasi ucciso

Il cinema slovacco ha conosciuto quella che si potrebbe quasi definire una tendenza alle docufiction ibride incentrate sulla comunità rom, da Made in Ash di Iveta Grófová a Silent Days di Pavol Pekarčík. Entrambi hanno debuttato al Festival di Karlovy Vary, e ora due esordienti, Anna e Šimon Domček, portano il loro contributo, 33 Steps, nella sezione Proxima della manifestazione.
33 Steps è un film di finzione in cui attori non professionisti interpretano se stessi in una storia basata sulle loro esperienze – o meglio, su quella dell’uomo rom Milan Daniel, originario dell’area attorno al confine ceco-slovacco, che è stato brutalmente pestato ma è sopravvissuto grazie a quella che lui ritiene essere stata la provvidenza divina. Con una voce fuori campo profonda e ruvida, ci racconta di aver visto sia il diavolo sia Dio mentre era in coma, e che quest’ultimo lo ha messo in guardia dal cercare vendetta.
Ora lavora come addetto alla sicurezza e una sorta di custode presso un’azienda non identificata, ed è sposato con Jana, con cui ha due figli preadolescenti, Mili e Gabriel. Quando viene a sapere che uno dei suoi aggressori, Erik – che in realtà era il suo coinquilino e aveva organizzato l’attacco – sta per essere rilasciato dal carcere, il trauma riaffiora. Sogna Erik e trasferisce questa ossessione e paranoia su Mili, senza rivelargli il motivo specifico. Il ragazzo finisce per portare un coltello a scuola, il che spinge la psicologa a convocare Milan per un colloquio, ma lui non sembra prenderlo sul serio – probabilmente perché è talmente preso dall’incertezza su cosa fare riguardo a Erik. Lo vediamo suonare ripetutamente al citofono dell’uomo, non riuscendo a scoprire quando verrà rilasciato.
Il film è stato girato su quello che sembra essere Super 8 o 16mm, con un’immagine molto scura e una grana marcata. Le note stampa parlano di un formato 1,77:1, ma appare molto più stretto, anche perché praticamente non ci sono campi larghi. L’inquadratura è sempre affollata, i volti sono enormi e quasi mai entrano per intero nello schermo, e l’ambiente circostante è spesso difficile da distinguere. La macchina da presa è per lo più su Milan, che incute timore con la testa rasata e piena di cicatrici e la mandibola sporgente. Ma ovviamente è lui quello che ha più paura.
Il montaggio di Daniel Robert Emanuel, che ha anche firmato la fotografia, è frammentario; è difficile capire quanto tempo passi tra i vari segmenti, per cui il pubblico rimane piuttosto distaccato dalla storia, il che è paradossale se si considera quanto ciò che accade sullo schermo sia fisicamente vicino agli occhi. C’è un intenso lavoro sul suono e piccoli, disturbanti frammenti di musica elettronica: tutto contribuisce a una sensazione di claustrofobia e richiama facilmente molte altre fobie, dato che il film è cupo sul piano sonoro tanto quanto su quello visivo.
Tuttavia, nell’insieme il film è troppo dispersivo per coagularsi in un’esperienza di visione potente, e il fatto che il protagonista abbia presenza ma non sia molto espressivo rende difficile per lo spettatore entrare in sintonia. Detto ciò, i cineasti sono talentuosi e promettenti, e sfiorano molti temi collegati in modi interessanti: la fede, la superstizione e la paranoia, le maschere che indossiamo (comprese quelle dei supereroi), la percezione e la posizione delle persone rom, la genitorialità e l’ambivalenza della colpa.
33 Steps è una coproduzione tra la slovacca escadra, la ceca endorfilm e Istituto di Neorealismo di Modena.
(Tradotto dall'inglese)
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