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KARLOVY VARY 2026 Concorso

Recensione: The Lion at My Back

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- Il secondo lungometraggio della regista cipriota Tonia Mishiali riunisce due eccellenti attrici, Elena Kallinikou e Sokhna Diallo, in una storia di improbabile amicizia femminile

Recensione: The Lion at My Back
Elena Kallinikou and Sokhna Diallo in The Lion at My Back

Dopo il suo esordio nel lungometraggio, Pause, presentato nella sezione East of the West di Karlovy Vary nel 2018, la cineasta cipriota Tonia Mishiali torna al festival ceco – stavolta in concorso per il Globo di Cristallo – con The Lion at My Back, il secondo capitolo della sua trilogia incentrata sulle donne. Caldo e tenero, il film segue due donne molto diverse mentre instaurano un legame improbabile.

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Conosciamo la richiedente asilo senegalese Mariama (Sokhna Diallo) mentre festeggia il suo 18mo compleanno in un rifugio per giovani senza dimora. Ma questo significa anche che dovrà andarsene, e non ha un posto dove andare. Stella (Elena Kallinikou), una cipriota poco più che quarantenne, lavora in un centro di accoglienza mentre lotta per la custodia della figlia, persa a causa delle sue passate battaglie con la tossicodipendenza e la prostituzione.

Quando Mariama continua a intrufolarsi nel centro, Stella con riluttanza le permette di passare la notte nell'appartamento che condivide con un gruppo di persone altrettanto 'spezzate' – in cambio di un campione di urina. Stella è pulita dalle droghe pesanti da oltre due anni, anche se assume ancora gocce di cannabis ed è sottoposta regolarmente ai test.

Nel frattempo, Mariama combatte con un suo personale incubo burocratico, ma Stella conosce un macellaio disposto ad assumerla senza documenti – dove la giovane trova anche un'amica e forse un interesse amoroso. Dal canto suo, Stella investe tutto il suo denaro nella terapia ed è disperata all'idea di avere una casa tutta sua, così torna dal suo ex protettore ed è costretta ad accettare un ultimo, umiliante lavoro. Il che, a sua volta, mette in pericolo anche Mariama.

La donna più grande, ansiosa, sconfitta ma tenace, diventa una sorta di madre sostitutiva per la ragazza senegalese innocente, energica e caparbia, che a sua volta le offre sostegno emotivo e positività. È questa relazione – e l'alchimia magnetica tra Kallinikou e Diallo – a elevare una sceneggiatura altrimenti scolastica firmata da Mishiali, Dianne Jones e Simona Nobile, che percorre una strada ben battuta: due personaggi molto diversi si legano, superano insieme gli ostacoli e, in ultima analisi, si aiutano a crescere.

È evidente che la Mishiali abbia lavorato in modo stretto e approfondito con le sue due attrici, e il rapporto che costruisce tra loro è più complesso di una semplice dinamica madre-figlia. A tratti sembrano sorelle; in altri momenti, più zia e nipote. Ma, in fondo, il film parla della ricchezza delle dinamiche tra due donne, conferendogli un taglio decisamente femminista nel senso più umanista del termine, piuttosto che come una sorta di dichiarazione attivista.

Quel calore e quella tenerezza sono ulteriormente sostenuti dal lavoro del direttore della fotografia Manu Tilinski in 16 mm. Spesso a mano, la macchina da presa segue da vicino i personaggi, passando da una prospettiva all'altra, ma dà il meglio quando le due condividono l'inquadratura. Invece di produrre l'effetto documentaristico che le riprese a mano libera tendono a creare, questo tipo di inquadratura contribuisce all'autenticità e al senso di sincero affetto tra i protagonisti.

Dato questo contesto e questo impianto, una scena che affronta di petto la crisi dei rifugiati sembra quasi superflua – un'altra casella spuntata in sceneggiatura più che un passaggio organico. Con ambientazioni che si spostano da una struttura a un appartamento fatiscente, da una macelleria al covo di un protettore in un magazzino e a un sordido sex club sotterraneo – con, in mezzo, strade cittadine bruciate dal sole e una spiaggia di sabbia bianca – il film commenta già in modo organico il paesaggio sociale ed economico che ritrae.

The Lion at My Back è una coproduzione tra la cipriota Bark Like a Cat, la lussemburghese Iris Productions e la greca Avaton Films.

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(Tradotto dall'inglese)

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