Recensione: Route Algéricaine
- Rabah Ameur-Zaïmeche si immerge nei pericoli e negli incontri inattesi del deserto in un road movie singolare e molto libero

"La sabbia contiene i segreti più antichi e più sacri dell’universo. Ma conserva anche gli scritti dei poeti". È un viaggio alle radici del suo cinema refrattario ai pregiudizi e all’asservimento alle norme, ma sempre sorretto da un impressionante rigore stilistico e da un realismo sociologico molto concreto che non esita a giocare con i generi, quello intrapreso da Rabah Ameur-Zaïmeche immergendosi nel cuore del Sahara con il suo nuovo film, Route Algéricaine, presentato in prima internazionale e in apertura del 37mo FIDMarseille.
"È un dilemma: parto per la strada nello stato in cui sono o non parto e perdo la missione". Molto malato, il camionista Slimane (il sempre eccellente Slimane Dazi, dal volto come scolpito nella pietra) accetta comunque un’offerta ben pagata, un giro settimanale verso El Menia che gli garantisce lavoro per almeno due anni. Eccolo dunque lanciato sulla strada del Sud con il suo camion 634, di cui prende il volante il suo abituale compagno, il meccanico Smaïn (Smaïl Ameur-Zaïmeche), poiché Slimane, pur uomo coriaceo ed esperto, è debilitato. I chilometri e i paesaggi scorrono, compaiono dune e rocce, ma un’imboscata attende il duo. Derubati e in pessime condizioni, vengono aiutati da una coppia su un pick-up (una ricercatrice interpretata dalla spagnola Liah O’Prey e un musicista incarnato da Sofiane Saidi) incrociata per caso in mezzo a un territorio totalmente desolato. Ma la morte aleggia e bisogna trovare soluzioni…
Navigando quasi per intuizione, volutamente organizzato attorno a un filo narrativo minimalista che non si preoccupa troppo della logica, il film riesce a restituire alla perfezione l’atmosfera ipnotica del Sahara, compiendo un grande scarto tra un approccio molto prosaico (la dura quotidianità della comunità coesa dei camionisti rintanati nelle loro cabine, l’estrema solitudine in caso di problemi, la solidarietà dei naufraghi, ecc.) e deviazioni inattese (una piccola jam session improvvisata, una deriva tra le dune alla Michelangelo Antonioni, la ricerca di un manoscritto perduto della figura libertaria Isabelle Eberhardt, un muletto salvifico, Camelia Jordana come guest star, ecc.). Il tutto attinge a più generi (un pizzico di commedia nei rapporti tra Slimane e Smaïn, banditi da strada, dramma e preghiere, interrogatori condotti da un tenente della gendarmeria interpretato da Nabil Djedouani, una lezione di storia, ecc.). Un impasto svelato progressivamente e filmato con mano magistrale in una vena essenziale e in scenari talvolta mozzafiato, che aggiunge un’ulteriore pietra di grande qualità alla carriera di un regista che traccia la propria strada in autarchia (con la sua società di produzione e con una grande economia di mezzi) su una pista molto personale ("punge un po’, ma è buono") e in missione "nel Sud", dove "si ritrovano sempre le persone quando le si ama". Gli amanti della libertà apprezzeranno.
Route Algéricaine è prodotto da Sarrazink Productions e coprodotto da Nana Prod (Algeria) e dal Red Sea Fund (Arabia Saudita).
(Tradotto dal francese)
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