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KARLOVY VARY 2026 Proiezioni speciali

Recensione: City of Fathers

di 

- Nell'ultimo film di Zdeněk Tyc, un trentenne immaturo intraprende un'odissea punk rock alla ricerca del padre biologico

Recensione: City of Fathers
Tomas Vravnik e Vladimir Javorsky in City of Fathers

Sono passati tredici anni da quando il veterano cineasta ceco Zdeněk Tyc ha diretto un lungometraggio, essendo Like Never Before l’ultimo realizzato fino ad ora. Il regista di Seize the Day (1996) e El Paso, tra gli altri, torna ora con un’altra opera di facile fruizione e orientata al grande pubblico. City of Fathers ha appena debuttato al 60mo Festival di Karlovy Vary nell’ambito della sezione Proiezioni speciali.

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Padre e figlio non sembrano avere molto in comune, se non il nome (Richard) e il modesto appartamento in un palazzone dell’era socialista di una piccola città ceca in cui vivono. Richard Jr., soprannominato Ríša (Tomáš Vravník, visto nel thriller del 2020 Scumbag), è in realtà un mite operaio che si nasconde dietro la maschera del duro, ascolta punk rock e tiene a distanza la sua fidanzata "part-time", Lenka (Pavlína Štorková), che cresce da sola il figlio, Miša. Richard Sr. (Vladimír Javorský, visto di recente nel Franz di Agnieszka Holland) è un insegnante in pensione ordinato e beneducato che predilige le arie d’opera e i film di Ingmar Bergman. I due vivono da soli da quando la madre alcolizzata di Ríša, Renata, li ha lasciati, e Ríša ha passato buona parte della sua vita cercando, senza successo, di riallacciare i rapporti con lei: sapeva che viveva per strada come mendicante e le lasciava qualche spicciolo ogni volta che la incontrava, ma lei non gli ha mai davvero rivolto la parola.

Quando Renata muore all’improvviso e Ríša viene a sapere dai suoi compagni di bevute che il suo vero padre potrebbe essere uno dei membri dei Kokoti (cioè "The Dicks"), una vecchia band punk dell’epoca comunista, parte per un’indagine, prima online, poi di persona, nella vicina città di Ostrava. Mentre rintraccia i tre "candidati" – un padre di famiglia e neo-nonno, un regista di horror trash e un ubriacone violento – per prelevare loro dei tamponi ai fini del test del DNA, rischia a sua volta di ricadere nell’alcol, ma impara anche qualcosa su chi è davvero.

Sì, la storia al centro di City of Fathers è quasi antica quanto il cinema stesso, raccontata e ri-raccontata all’infinito, eppure si adatta bene a contesti geografici e politici diversi. Detto ciò, questo tipo di film sembra più adatto a un’uscita in sala per il grande pubblico – e perfino alle fasce televisive della domenica pomeriggio – che non al circuito dei festival. Il motivo potrebbe risiedere nell’approccio registico di Tyc, funzionale ed efficace, ma anche un po’ scolastico.

Detto questo, sarebbe ingiusto definire il film del tutto insapore: la sceneggiatura di Roman Vojkůvka offre molto del tipico umorismo ceco, in situazioni in parte prevedibili ma comunque risolte in modo divertente. Il lavoro di macchina di Tomáš Kresta, dal canto suo, ritrae una Repubblica Ceca contemporanea di provincia raramente vista sul grande schermo, mentre la colonna sonora – che attinge a brani sia di vecchie sia di nuove band punk locali – funziona efficacemente come commento ai personaggi, alle loro azioni e all’ambiente che abitano.

I veri artefici della riuscita del film, però, sono gli attori. L’alchimia tra i due protagonisti è eccellente, così come il loro tempo comico. In più, il cast di contorno di caratteristi è anch’esso in gran forma, segue i protagonisti con grande consapevolezza e il regista fa un buon uso dell’ensemble, strappando sia risate sia momenti di autentica risonanza emotiva. In definitiva, City of Fathers è una visione passabile, persino piacevole, che non chiede molto allo spettatore.

City of Fathers è una coproduzione ceco-slovacca-polacca guidata dalla società Bratři in coproduzione con Artiléria, Cinepoint, Whisper films e Drive Film Factory.

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(Tradotto dall'inglese)

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