Recensione: Camionero
- Con il suo ibrido tra documentario e finzione, Francisco Marise cerca di catturare ogni sfaccettatura della vita di un camionista, facendolo in modo nuovo e originale

Le strade sono come i vasi sanguigni del mondo fisico. La maggior parte delle cose di cui abbiamo bisogno, che usiamo e che accumuliamo ci raggiunge su strada, almeno in parte. Le strade ci portano anche in luoghi nuovi, ci regalano avventure e ci mostrano il mondo. Esiste un intero genere cinematografico dedicato esclusivamente alle strade, ai viaggi e a tutto ciò che può accadere lungo il percorso. Ma è persino immaginabile un road movie senza fare affidamento sulla strada stessa e sulla guida come azione principale? Francisco Marise prova senz'altro a farlo con il suo ibrido tra documentario e finzione Camionero, appena presentato in anteprima nel concorso Proxima del Festival di Karlovy Vary.
Come ha affermato il compositore estone Arvo Pärt, la musica non è fatta soltanto di suoni, ma anche di pause. Lo stesso, in teoria, si può applicare all'approccio di Marise a strade, guida e viaggio: il movimento è il suono, mentre la quiete è la pausa. In pratica, ciò significa che il cineasta si concentra sui momenti più silenziosi e sui luoghi frequentati dai camionisti quando non sono alla guida – luoghi come aree di sosta per camion, tavole calde, motel, magari un'officina o un gommista, ma anche l'interno delle cabine, dove gli autisti trascorrono la maggior parte del tempo libero, conciliando il sonno con video guardati sullo schermo del telefono o parlando con i familiari che gli mancano.
La cosa importante qui è che ogni motivazione è individuale, sia che derivi da un trauma passato o da difficoltà attuali. Lo stesso vale per il destino, con due possibili esiti: arrendersi alla fatica, oppure andare avanti perché non c’è altra scelta. Marise cerca certamente di catturare il quadro più completo della vita dei camionisti sulla strada (in particolare in Argentina), ma anche di evidenziare situazioni particolari attraverso brevi scene.
Il modo in cui il regista distingue il suo film dalla gran parte dei lavori affini – di solito girati nel registro del documentario osservazionale – passa per la decisione consapevole di mostrare la strada il meno possibile, usando la guida soltanto come sfondo ai pensieri e alle riflessioni dei camionisti sui temi quotidiani che li occupano. Nella parte iniziale del film, questa scelta sembra fare centro: il direttore della fotografia Jorge Rojas gira perlopiù scene in piano sequenza, sempre dall'angolazione giusta, mentre la coppia di montatori formata dallo stesso regista e da Mayra Morán le cuce insieme con lunghe, morbide dissolvenze incrociate che conferiscono all'opera un'aura quasi sperimentale.
Tuttavia, una volta esaurito l'effetto novità di questo approccio – intorno al primo terzo – cominciano ad affiorare le crepe. Il problema è che Marise ha mirato più in alto di quanto potesse effettivamente raggiungere, tentando di reinventare la ruota, per così dire, su un tema che, pur potenzialmente affascinante, resta comunque piuttosto familiare, mentre nel contempo cerca di cogliere la vita di un camionista da ogni angolazione concepibile. Forse è per questo che ha ripiegato su una struttura a scenette che incide troppo poco, con un tessuto connettivo quasi inesistente tra i segmenti, benché ricompaiano dei "personaggi" ricorrenti.
Alla fine, la struttura è così lasca da sfiorare l'inesistenza, e l'insieme somiglia a un mosaico di cliché assemblato in modo arbitrario. Camionero finisce per essere un'occasione mancata, pur con qua e là qualche bel tocco.
Camionero è una coproduzione spagnolo-argentina di La Claqueta e Amania Films, in coproduzione con Amateur Cinéma, Acheron Films e La Cruda Realidad.
(Tradotto dall'inglese)
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