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KARLOVY VARY 2026 Concorso

Recensione: A Happy Family

di 

- Il film di Jan-Eric Mack, primo titolo svizzero in concorso per il Globo di Cristallo, segue il crollo emotivo di una madre dopo che i suoi figli vengono affidati a una famiglia adottiva

Recensione: A Happy Family
Anna Schinz in A Happy Family

Jan-Eric Mack entra nella storia con il suo esordio in solitaria, A Happy Family, presentato come il primo film svizzero mai selezionato per il concorso Globo di Cristallo di Karlovy Vary. Nonostante un presupposto intrigante, il film non riesce a farci entrare in sintonia con la protagonista, la madre single svizzera di Mack, Niki (Anna Schinz), soprattutto a causa di una sceneggiatura zoppicante (firmata da Schinz, Nikita Afanasjew, Eva Kienholz e Mack). Nel corso delle sue due ore di durata, A Happy Family oscilla tra dramma sociale, thriller e, infine, stranezza, con la nostra simpatia per Niki che diminuisce a causa delle sue bizzarrie.

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In difficoltà, con due lavori e sommersa dai debiti per ragioni ignote, Niki è tenuta sotto stretto controllo dai servizi sociali per la cura dei suoi figli, Leonie (Annalisa Ferriani) e il piccolo Jimmy (Lir Kunkel). Dopo che, in sua assenza, scoppia un incendio in cucina, i due vengono mandati a vivere dall'altra parte del Paese, affidati alle cure di Sabine (Julia Jentsch). Disperata, Niki si fa assumere nella scuola dei figli e si avvicina alla comunità locale, facendo di tutto per restare loro vicina.

La disperazione di Niki come madre sembra basata più sull'egoismo che sull'amore, e le situazioni assurde in cui si caccia forse non sono abbastanza assurde da risultare convincenti. Dopo essersi introdotta in un edificio per scoprire dove si trovano i figli, ed essersi tinta i capelli, riesce a fare amicizia con Matthias (Michael Neuenschwander), che le permette – a una perfetta sconosciuta – di dormire sul suo divano. Eppure A Happy Family mette in scena questi momenti senza battere ciglio, conferendo al film una certa inverosimiglianza.

Man mano che i figli di Niki cominciano a godersi i piccoli piaceri della loro nuova vita, iniziano anche a riconoscere la turbolenza del suo comportamento e a respingerla – il che diventa l'elemento più straziante del film. La Svizzera è resa il più grigia possibile, filtrata attraverso un'ottica marcatamente operaia. Coerentemente, il direttore della fotografia Yunus Roy Imer mantiene un'atmosfera visiva cupa per quasi tutto il film, aprendosi a paesaggi montani da cartolina solo verso la fine.

A Happy Family non sembra né un ritratto di come il sistema deluda i propri cittadini, né un autentico studio del personaggio. La sceneggiatura pare intenzionata a forzare una risoluzione armoniosa per una storia che non era mai stata pensata per finire in quel modo, accontentandosi di un messaggio ottimistico del tipo "le cose si sistemeranno comunque". Se ci fosse stato permesso di avvicinarci alla lotta di Niki e di percepire il suo amore per i figli in modo più tangibile, avremmo forse potuto accettare il finale dal tono alquanto peculiare.

A Happy Family è una produzione svizzera di C-Films AG. Bendita Film Sales si occupa delle vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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