Recensione: Hijamat
- Il nuovo film di Nader Saeivar affronta i temi dell'identità sessuale e dell'ingerenza opprimente della religione all'interno della comunità turca di Berlino

Hijamat, l'ultimo film del cineasta iraniano residente a Berlino Nader Saeivar – noto come regista di The Witness, vincitore del Premio del pubblico Orizzonti a Venezia 2024, e co-sceneggiatore di Un semplice incidente e Tre volti di Jafar Panahi, che a sua volta firma qui montaggio e produzione – ha avuto la sua prima mondiale a Karlovy Vary nel concorso per il Globo di Cristallo.
Ambientato nella diaspora turca di Berlino, il racconto inizia quando delle foto di un giovane gay, Kerem (Jael Cem Ilhan), e del suo amante trapelano sui social media, provocando una frattura all'interno della sua famiglia e della comunità. Quando viene picchiato, il fratello cinquantenne, Murad (l'attore di origine libanese Kida Khodr Ramadan, in una prova da protagonista sfumata e convinta), prende le sue difese, contro il volere del loro severo e tradizionalista padre, Ibrahim (Vedat Erincin). Il vecchio è influenzato dall'imam della loro moschea di quartiere, Ahmet (Aziz Capkurt), che insiste sul fatto che la sessualità di Kerem sia un capriccio, una tentazione di Satana e un peccato che condannerà l'intera famiglia a un tormento eterno. L'epilessia del ragazzo è considerata un'ulteriore prova di punizione divina.
La narrazione è ricca di dilemmi morali e di sottotrame che, insieme, delineano le sfide poste dalla mentalità dell'immigrato, dalle consuetudini religiose e dal rapporto tra spiritualità e identità, così come dal più ampio panorama sociale e politico della Germania. Tuttavia, molti di questi elementi non vanno davvero a segno. La famiglia vive agiatamente grazie all'attività di ristorazione di Ibrahim, che viene all'improvviso messa a rischio in una sottotrama poco sviluppata legata alla proprietà, sottolineando l'influenza dell'imam sul patriarca. La moglie di Murad, Leyla (Nicolette Krebitz) – una casalinga che riempie il tempo libero girando video di cucina che Murad sabota attivamente – è originaria del Kosovo e si riconosce nella situazione di Kerem attraverso le proprie difficoltà con l'identità religiosa nel contesto dell'oppressione serba; questo filone, invece, ha un suo peso. Al contrario, Nastassja Kinski interpreta Margot, una donna traumatizzata e bloccata nel suo passato della Germania dell'Est, paranoica e convinta che la Stasi le dia la caccia – un filo che appare del tutto fuori luogo, servendo solo, ancora una volta, a sottolineare il senso del dovere di Murad. In un episodio sfortunatamente mal riuscito – che sembra, in particolare, alludere alla sessualità di Murad (già suggerita in precedenza dalla stanca lamentela di Leyla per la mancanza di rapporti coniugali) – Moritz Bleibtreu appare come un ridicolo sciamano New Age, offrendo di curare le vene varicose dell'eroe attraverso la tecnica di coppettazione del titolo. Il suo ruolo potrebbe essere letto come ironico, se il tono del film non fosse così inflessibilmente serio.
Dal punto di vista tecnico, c'è ben poco da eccepire, con la classica fotografia di Emre Erkmen, il montaggio da manuale di Panahi e la partitura capace di creare atmosfera di Hossein Mirzagholi a far procedere il racconto con fluidità. In un film fitto di dialoghi, la sequenza d'apertura con la sfarzosa celebrazione della circoncisione del figlioletto di Murad spicca come un punto alto cinematografico, con lavoro di macchina e montaggio uniti nel creare un'energia cinetica che al resto del film manca.
La sequenza iniziale è anche un chiaro indizio del mondo in cui la famiglia vive, e dello sguardo del regista su di esso – esemplificato anche in una delle scene più riuscite del film dalle parole di Leyla durante un litigio con Murad: "Falsa umiltà. Eroismo vuoto. Orgoglio senza senso". Una descrizione concisa e accurata delle culture patriarcali ben oltre il solo Islam, ma anche qualcosa che abbiamo già visto molte volte, in opere cinematograficamente più interessanti.
Hijamat è una coproduzione tra le società tedesche ArtHood Films, Lightburst Pictures e JPJ Film Productions.
(Tradotto dall'inglese)
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