Recensione: Homo Sive Natura
- Giovanni C. Lorusso trasforma l'espropriazione di terre in Cambogia in uno studio avvincente e visivamente rigoroso del colonialismo, che sopravvive anche dopo la scomparsa dei colonizzatori stessi

Un uomo d’affari senza nome (Mony Ros) arriva nelle foreste di Ratanakiri presentandosi come un innocuo turista, desideroso di incontrare una comunità indigena che descrive con sentimentalismo come i suoi “fratelli”. Il suo vero compito è decisamente meno innocuo: è stato mandato da Phnom Penh a raccogliere informazioni che possano facilitare l’espropriazione delle loro terre. Piuttosto che trasformare questa premessa in un racconto convenzionale, Giovanni C. Lorusso con Homo Sive Natura, presentato in prima mondiale nel concorso Proxima di Karlovy Vary, osserva come la sua missione modifichi gradualmente sia il suo rapporto con la comunità sia la comprensione della propria posizione all’interno di un ingranaggio economico più ampio.
Il background documentaristico di Lorusso è evidente dall’inizio alla fine, e giova in larga misura al film. La macchina da presa osserva prima di interpretare, lasciando che gesti, routine e spazi fisici si facciano carico di buona parte del peso narrativo. I dialoghi sono scarsi ma efficaci, e spesso i silenzi si rivelano più eloquenti degli scambi espliciti. Questo approccio impedisce anche che la comunità locale funzioni meramente da sfondo esotico alla crisi morale del protagonista: la loro quotidianità conserva una dignità che supera la sua prospettiva limitata, pur restando il film principalmente ancorato al percorso dell’uomo d’affari.
La curata direzione della fotografia, gestita dallo stesso regista, è dominata da verdi e grigi nelle sequenze in esterni. La foresta non è idealizzata come un paradiso incontaminato né ridotta a natura minacciosa; appare umida, materica e refrattaria a una facile appropriazione. Negli interni, stanze poco illuminate e un marcato chiaroscuro creano un’atmosfera più costretta, suggerendo spazi in cui le intenzioni si offuscano e il potere si esercita indirettamente. Nei suoi momenti più contemplativi, il film trova una tensione feconda tra l’apparente permanenza del paesaggio e la violenza imminente della sua mercificazione.
L’idea più acuta del lavoro di Lorusso ruota attorno a una sorta di colonizzazione interna. Il protagonista è senza dubbio uno sfruttatore, ma è a sua volta sfruttato dall’azienda che lo impiega. Può fungere da volto umano dell'espropriazione, ma non ne è né l’architetto né l’ultimo beneficiario. Gli ex colonizzatori possono aver abbandonato il territorio, ma i loro meccanismi sono stati assorbiti nella società contemporanea, riprodotti attraverso corporation, intermediari locali e il linguaggio dello sviluppo. Lorusso evita saggiamente di trasformare questa contraddizione in un lineare arco di redenzione o in un semplicistico esercizio di attribuzione delle colpe.
Con i suoi 116 minuti, Homo Sive Natura può risultare impegnativo. Il suo ritmo deliberato a tratti diluisce la pressione drammatica, e alcuni passaggi rischiano di ribadire idee già chiaramente stabilite. Ciononostante, il suo registro naturalistico, vicino allo slow cinema, si adatta in modo sostanziale a una storia di intrusione, osservazione e graduale corrosione morale. La durata del film incoraggia lo spettatore ad abitare un ritmo profondamente in contrasto con la logica estrattiva che minaccia la comunità.
Realisticamente parlando, si tratta di un’opera cinematografica curiosa e intransigente, il cui limitato slancio narrativo e la forma austera possono complicarne la circolazione ben oltre festival o sale specializzate. Eppure prospettive commerciali limitate non vanno confuse con un valore artistico minore: Lorusso ha realizzato un’opera meditata e di compiuta resa visiva che concepisce il colonialismo non come un episodio storico concluso, ma come un sistema capace di passare di mano all’infinito.
Homo Sive Natura è prodotto da Revok (Italia) in coproduzione con Labo GCL (Italia). La svedese Antidote si occupa delle vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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