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GOLDEN APRICOT 2026

Recensione: The Story of Documentary Film: 1980s

di 

- Mark Cousins ​​ci invita a unirci a lui in un emozionante viaggio "on the road" attraverso il cinema documentario degli anni '80 nella nuova parte della sua epica opera di 16 ore

Recensione: The Story of Documentary Film: 1980s

Ci sono molti modi di raccontare la storia del cinema – cronologicamente, tematicamente o teleologicamente, per citarne solo alcuni – ma il semplice atto di narrativizzare implica di solito una distanza da quella storia. Ecco perché il cineasta nordirlandese Mark Cousins è particolarmente adatto a raccontare le storie del cinema come forma d’arte, come ha fatto nel suo monumentale The Story of Film: An Odyssey (2011), Women Make Film: A New Road Movie Through Cinema e The Story of Film: A New Generation, tra molti altri saggi filmici, tutti dichiarazioni del suo amore sconfinato per il mezzo audiovisivo. Cousins ha presentato in anteprima la prima sezione della sua opera di 16 ore The Story of Documentary Film al Sundance e a Berlino e, dopo una presentazione del capitolo dedicato agli anni Settanta a Cannes Classics, l’ultimo segmento mostrato finora, The Story of Documentary Film: 1980s, ha avuto la sua prima mondiale a Karlovy Vary ed è stato proiettato di recente al Festival internazionale del cinema Golden Apricot, dove il regista ha ricevuto un premio speciale (leggi la news).

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La storia del cinema si presta a una narrazione cronologica, ma significa forse che anche il documentario debba farlo? Fin dalle origini, il cinema ha registrato il mondo com’è e come appare, ma lo sviluppo del documentario come un tipo di cinema a sé (piuttosto che un genere o un movimento) non può essere riassunto in punti lineari. Cousins intraprende il suo viaggio nel passato e mantiene la traiettoria scandita di decennio in decennio, ma il suo intervento riguarda i temi più che l’evoluzione della forma. In The Story of Documentary Film: 1980s, inizia citando il 1989 – il Muro di Berlino come qualcosa ormai passato, un fantasma che infesta la Berlino contemporanea nelle immagini digitali, nitidissime, girate dallo stesso regista. Evoca il fantasma di ciò che non si vede come fattore determinante del decennio, abbracciando la natura di un travelogue cinematografico, un viaggio nel tempo e nello spazio ancorato a estratti e commenti.

Pur essendo “il marchio di fabbrica di Mark Cousins” – gli zoom in e out sulle sequenze, l’analisi ravvicinata, le domande rivolte ai personaggi e ai film stessi dalla sua voce fuori campo calma e inquisitiva – l’approccio all’eredità del mezzo funziona magnificamente in questa puntata. La prima ora indaga i mutamenti sociali e le maree politiche, come il femminismo della seconda ondata, il movimento Solidarność, la crisi dell’AIDS e altro ancora, entrando e uscendo da documentari provenienti da tutto il mondo. A prescindere dal poco tempo che dedica a ciascun titolo, Cousins presta un’attenzione estrema ai dettagli, che si tratti dell’atmosfera, dell’inquadratura, della dignità costante dei personaggi o del ruolo dello spettatore. Ciò che si potrebbe considerare un limite del suo metodo, la soggettività autorevole con cui parla, apre metaforicamente al pubblico film raramente visti. In questo senso, Cousins è attento al canone e a quanto possa essere esclusivo. 

Nella seconda ora del capitolo, si guarda ai “detective docs” degli anni Ottanta, un termine ombrello che consente a Cousins di ampliare il lessico dei suoi “road movie attraverso la storia del cinema”, indagando al contempo le pretese di veridicità imposte ai documentari. È rinfrancante vedere questi temi affrontati con una sorta di slancio poetico, al punto da sembrare perfino frivoli: il cineasta si rivolge ai film con disinvoltura e meraviglia, come si farebbe con un amore di tutta la vita. Eppure ogni tassello di questo progetto gigantesco è calibrato e svolge una funzione strutturale: non c’è spazio per la frivolezza quando ci si inginocchia all’altare del cinema.

The Story of Documentary Film è prodotto dalla società di Glasgow Hopscotch Films, e Dogwoof ne cura le vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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