Recensione: Les yeux verts
- Il secondo lungometraggio di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh racconta la storia di una famiglia di immigrati alle prese con l’angoscia di un’espulsione ormai imminente

Da sempre interessati ad esplorare la realtà sociale che li circonda con i suoi paradossi, le sue ingiustizie e i suoi inaspettati momenti di tenerezza, nel loro secondo lungometraggio Les yeux verts, presentato sulla Piazza Grande del Locarno Film Festival, i registi francesi Fanny Liatard e Jérémy Trouilh hanno deciso di parlare di quanti vivono l’angoscia di essere rispediti in un paese in guerra che non riconoscono più. I protagonisti del film sono la piccola Chaya, undici anni (interpretata dalla giovane Douae Butarbuch M’Zaouki), suo fratello Nour (Sayyid El Alami) e il loro papà (Omar Aljbaai). Attorno a loro aleggia il fantasma della mamma di cui nessuno ha la forza di parlare tanto il dolore per la sua perdita è grande. Nonostante i traumi che offuscano il loro quotidiano, la sicurezza e il sostegno che hanno trovato in Francia, nella regione delle Landes, gli permette di guardare al futuro con un minimo di fiducia. Questo fino a quando ricevono una lettera che li informa che la loro domanda d’asilo è stata rifiutata. Un ennesimo shock che fa sprofondare Nour in un inspiegabile e profondo sonno.
Dopo aver attraversato l’inferno e assaporato, per tre anni, una nuova serenità, Chaya, Nour e il loro papà, rischiano di perdere tutto: la loro casa, la loro sicurezza e le persone che amano, in particolare il ribelle e idealista Benjamin (interpretato dallo svizzero Arcadi Radeff) e sua nonna mamé dalla quale Chaya e Nour si rifugiano sapendo di non essere in alcun modo giudicati. In balia del sistema francese, i protagonisti del film vanno avanti restando uniti e cercando di tenere a bada un’angoscia che si insinua ovunque. Per tentare di rimanere nelle Landes, in quella che considerano la loro nuova casa, sono costretti a raccontare nei minimi dettagli la loro vita fatta di disillusioni e traumi così terribili da non poter essere espressi a parole. Quando anche quest’ultimo sogno cade in frantumi, Nour decide di rinunciare a lottare scivolando in un inspiegabile e profondissimo sonno il cui nome scientifico è “sindrome da rassegnazione”. Si tratta di una sorta di coma che può durare anche parecchi anni e che, spesso, colpisce persone migranti costrette a lasciare il territorio che hanno raggiunto rischiando la vita. Si tratta di una sorta di ibernazione, di rinuncia cosciente, di pausa necessaria per poter gestire un dolore troppo intenso da sopportare.
Incapaci di credere ancora alla realtà che li circonda, i due fratelli si rifugiano piano piano in un mondo magico fatto di oggetti porta fortuna, segni premonitori e un legame profondo con la meravigliosa natura che li circonda e accoglie senza restrizioni. Se in un primo tempo Nour riesce a tenere a bada gli incubi che lo attanagliano grazie ai disegni che custodisce nel suo album, il rifiuto di accordargli il permesso di soggiorno fa esplodere tutto, riducendo ogni sua speranza in frantumi. Un ennesimo trauma che si rivela quello di troppo e che non gli lascia nessuna scelta se non quella di ritirarsi dal mondo rifugiandosi nei sogni che abitano il suo subconscio. Decisa a svegliare Nour riportandolo nella realtà presente, Chaya si addentra allora a sua volta nei suoi sogni, un viaggio pericolosissimo dal quale, forse, non riuscirà più a ritornare.
Spaventosamente reale e allo stesso tempo impregnato di simbolismo, il film cerca di dare forma ad un dolore che, spesso, non si può descrivere a parole, una ferita così profonda da non poter più essere curata. Quando la realtà non è più sopportabile è allora altrove, nei sogni, ma anche nei paradisi artificiali che la mente si rifugia per sopravvivere. Si tratta di una sorta di resilienza che trascende il reale trasportando i sonnambuli lontano, dove, anche solo per un breve istante, le frontiere non esistono più.
Les yeux verts è prodotto dalle francesi June Films e Haut et Court insieme alla belga Les Films du Fleuve e la svedese Hobab. La parigina Kinology si occupa delle vendite all’internazionale.
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