Recensione: D’ici là
- Sarah Leonor coglie l’impercettibile, seguendo le tracce dell’essenza della natura e dell’umano, in un trittico contrastato, ipnotico e singolare

"Ci sono perfino volte in cui mi chiedo se sono sveglio o se sto sognando. Mi sento bene, galleggio, non mi annoio mai, c’è sempre qualcosa da guardare, tutto è vivo, abitato, persino le pietre hanno una vita". È nella cornice boschiva della valle della Bruche, nel cuore dei Vosgi, che Sarah Leonor ha scelto di immergere il suo nuovo film, D’ici là, un’opera sottile e penetrante svelata in concorso al 79mo Locarno Film Festival (una manifestazione in cui la cineasta francese si era rivelata nel 2009 con Au voleur). Un lungometraggio in tre parti, tre stagioni (autunno, inverno e primavera) e tre istantanee delle esistenze di tre personaggi apparentemente senza legami e tuttavia finemente legati dal regista grazie alla grazia di un quarto protagonista onnipresente: il paesaggio, reso come incarnazione dei paradossi dell'atemporalità e dell'effimero della vita.
"Un soffio di vento. La brezza tra i pini. Raffreddare la lama sguainata". Il primo è Lucien (Frank Beauvais) che si è isolato nella foresta da cinque settimane, in fuga dalla società umana, in cerca di "una buona ragione per alzarsi la mattina". Un Robinson Crusoe dei tempi moderni, la cui inattesa visita dell’amica Laura (Laetitia Dosch), che cerca di riportarlo alla civiltà, non farà altro che spingerlo a scomparire ancora di più tra le cime boscose.
"Alzo la testa. L’albero che abbatto, com’è calmo". La seconda è Aline (Dinara Drukarova), una ricercatrice sulle tracce di un misterioso lupo che tenta di localizzare con l’aiuto di fototrappole (su cui Lucien appare fugacemente). Ma la donna sola, il cui amante è partito per una missione di lavoro in Africa, deve soprattutto affrontare tormenti nati da una notizia assai angosciante riguardo alla propria salute…
"È il mio lago interiore. Nell’ombra si aggira una tigre nera". La terza è Jade (Louiza Aura), che esce dall’adolescenza e vacilla sulla soglia del futuro: lasciare la regione e sua madre, accogliere o meno le avances carnali del suo ragazzo (Dimitri Doré), magari sollevare il velo su segreti (e incrociare furtivamente Lucien e Aline)…
In uno stile molto controllato che fonde armoniosamente finzione e documentario (la costruzione di una capanna, i rilievi fotografici, il contadino Louis, ecc.), D’ici là sa riservare sorprese (come il "cinema" all’aperto della torre di caccia o gli haiku sopra citati che scandiscono il racconto) e distilla il suo realismo con echi di racconti, storie di famiglia, profumi di incantesimi che sprofondano nella notte invernale, aggiungendo perfino un tocco di ipnosi e di vita passata. Il tutto messo in scena con discreta eleganza e un bel lavoro sulle stagioni da parte del direttore della fotografia Laurent Desmet.
Ne emerge un bellissimo viaggio in tre tappe verso una forma di rinascita che attraversa con chiara semplicità (pensiamo a volte a Kelly Reichardt) le domande sul senso della vita, predatori e prede, morti e vivi, amore e amicizia, reclusione e libertà. Un insieme posto sotto gli auspici della natura sovrana e realizzato con un’economia artigianale che dimostra con grande brillantezza tutto il talento di Sarah Leonor come regista.
D’ici là è prodotto da Les Films Hatari e Sésame Films, con Manuel Cam e Studio Orlando in produzione associata.
(Tradotto dal francese)
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