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LOCARNO 2026 Concorso

Recensione: Ketticè

di 

- Il secondo lungometraggio di Giovanni Tortorici affronta il disagio adolescenziale in una Palermo torrida, ma il suo racconto di formazione risulta in parte privo di direzione

Recensione: Ketticè
Salvatore Gallina e Monica Bellucci in Ketticè

Palermo, 2012. Il sedicenne Giulio (Salvatore Gallina) sembra interessato a ben poco oltre alla guida della sua utilitaria, al calcio, alle ragazze, alle canne e a perdere tempo con gli amici. La scuola non suscita alcun entusiasmo in lui, il futuro è quasi inesistente e la comunicazione con i genitori si è praticamente interrotta. Poi incontra la ancora più testarda Ketty (Rachele Testagrossa), con la quale instaura un’amicizia sempre più esclusiva. Questa è la trama vagamente abbozzata e poco originale di Ketticè, il secondo lungometraggio di Giovanni Tortorici, dopo il suo debutto a Venezia nella sezione Orizzonti con Diciannove. Proiettato in concorso al 79mo Locarno Film Festival, è un film che più che sembrare un’opera completa, appare come la prima bozza confusa di film diversi.

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C’è forse qualcosa di vero proprio nella sua indefinitezza. Tortorici racconta di adolescenti in un Palermo culturalmente stagnante, ragazzi che non hanno una meta particolarmente urgente da raggiungere: ragazze violente e ragazzi pigri che fumano erba, bighellonano, flirtano e si urlano contro a vicenda. Eppure ciò che inizialmente potrebbe sembrare un tentativo di riprodurre il vagabondaggio adolescenziale diventa ben presto un problema in sé: la maggior parte di questi personaggi secondari rimane intercambiabile e quasi del tutto priva di spessore.

Anche la relazione tra Giulio e Ketty è appena accennata. Fumano insieme, si confidano qualcosa di tanto in tanto e sembrano diventare inseparabili, ma Ketticè non chiarisce mai del tutto da dove nasca il loro legame, dove stia andando, né se la sua occasionale ambiguità possa trasformarsi in qualcos’altro. Esiste e basta.

Ciò avrebbe meno importanza se Giulio attraversasse una trasformazione riconoscibile. Invece Ketticè è un film di formazione in cui manca palesemente qualsiasi evoluzione personale. All’inizio il giovane protagonista è apatico nei confronti degli studi, perde gradualmente quel poco di entusiasmo che aveva per il calcio, continua a interessarsi alle ragazze e alle droghe, e alla fine del film è cambiato davvero ben poco. Gli eventi si susseguono, ma non c’è alcuna evoluzione.

Gli adulti non se la cavano molto meglio. La madre di Giulio, interpretata da Monica Bellucci, parla con un tono così affettato che spesso sembra una pagina stampata, piuttosto che una persona. La nonna calca quest'aspetto ancora di più, mentre il padre di Giulio, per lo più assente, sembra essere capitato lì da un altro film. Le interpretazioni scendono spesso a livelli incredibilmente bassi, e i dialoghi pomposi non aiutano affatto. Le eccezioni degne di nota sono l’esasperato insegnante di Giulio, il professor Sanfilippo (Davide Cirri), e lo stesso Gallina, che mantiene in modo convincente il tono volutamente svogliato, incazzato e leggermente stordito richiesto dal suo personaggio.

La stessa mancanza di direzione caratterizza la regia di Tortorici. Un motivo musicale dalle sfumature arabe introduce la noiosa routine di Giulio tra scuola e calcetto a cinque, per poi riapparire più avanti in modo stranamente didattico. Il rallentatore sembra essere utilizzato in modo apparentemente casuale, mentre diverse inquadrature risultano palesemente storte o lasciano inspiegabili spazi vuoti sopra le teste degli attori.

La cosa più sconcertante è la sequenza di un litigio frammentata da frenetici salti di montaggio, che produce un effetto quasi epilettico. Il culmine è rappresentato da una ragazza che irrompe in una pizzeria lì vicino, ruba una pala da pizza e la usa per mettere al tappeto qualcuno. Anche nell’ambito dell’immagine volutamente grezza e adolescenziale di Palermo che il film propone, l’episodio, più che  spontaneo, appare semplicemente artificioso.

Non mancano le risate – alcune intenzionali, altre decisamente meno – e una manciata di battute che fanno davvero centro. Il forte accento siciliano parlato da molti giovani fanno desiderare i sottotitoli anche agli spettatori italiani. Emergono temi come la droga, le differenze di classe, l’autorità familiare, l’amicizia e il malcontento adolescenziale, ma quasi esclusivamente come accenni, piuttosto che come idee sviluppate.

Il film non riesce mai a trovare l’evento, la rivelazione o la svolta in grado di dare forma alla sua successione di episodi. Il finale potrebbe quasi apparire all’inizio o a metà del film senza alterare in modo sostanziale il percorso di Giulio. Ketticè non ci lascia con l’incertezza costruttiva dell’adolescenza, ma con una domanda più semplice: perché, esattamente, era questa la storia che avevamo bisogno di sentire?

Ketticè è prodotto dalle italiane Frenesy Film Company, The Apartment, MeMo Films e PiperFilm, in collaborazione con Rai Cinema e la francese First Picture. PiperPlay si occupa delle vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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