Recensione: Objet a
- Il secondo film di Ann Oren esplora l’amore e il desiderio non convenzionale attraverso le vicende di visionari chirurghi della mano alle prese con un enigmatico outsider

Objet a ha avuto la sua premiere mondiale nel concorso internazionale del Locarno Film Festival. Per la regista Ann Oren si tratta della seconda premiere mondiale nella rassegna svizzera, dopo il suo debutto con Piaffe nel 2022.
Ingeborg (Aenne Schwarz) e Adam (Louis Hofmann) sono due visionari chirurghi della mano, legati dall’amore, dal controllo e da irresistibili fissazioni. Anche al di fuori del lavoro non sono persone comuni: a Ingeborg piace rubare oggetti di vario genere, mentre Adam vorrebbe diventare un oggetto. Un incidente fa irrompere improvvisamente l’enigmatica Gaia (Simone Bucio) nelle loro vite ben orchestrate, costringendoli a modificare la loro relazione accuratamente controllata. Con l’arrivo della ragazza, iniziano ad affiorare desideri inaspettati che portano a comportamenti sempre più strani. Le metafore corporee sono evidenti in tutto il film, in particolare nell’uso ricorrente delle mani, forse perché sono tra gli strumenti principali che gli esseri umani utilizzano per ottenere controllo e interagire. L’incidente e i vari vincoli fisici ad esso correlati rafforzano questa idea, creando un senso di limitazione fisica e perdita di controllo.
La regista tedesca, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Geoffroy Grison, dirige il cast con mano ferma e garantisce la credibilità delle loro azioni, anche quando sono completamente fuori di testa. Il montaggio di Hansjörg Weißbrich aiuta lo svolgersi della storia, dando alle scene spazio per respirare e diventando più serrato in certi momenti, permettendo così di far risaltare la forte scenografia di Audrey Hernu e la fotografia di Juan Sarmiento G. La durata relativamente breve di 95 minuti sembra in alcuni punti un po’ diluita, mentre in altri il ritmo del film accelera leggermente, creando un’interessante combinazione di toni. Nel complesso, alcuni aspetti della storia potrebbero non convincere appieno o sembrare troppo forzati, ma non c’è dubbio che l’idea di fondo sia ambiziosa e, per molti versi, originale, anche se lo stile narrativo a tratti ricorda altri film simili. L’uso marcato del colore per trasmettere emozioni, così come le scene erotiche, potrebbero non essere particolarmente originali di per sé, ma sono comunque realizzati in modo professionale e raffinato.
Objet a è un’opera che si rivolge a un pubblico interessato alle nuove forme di narrazione e che non teme di confrontarsi con stimoli insoliti. Parliamo dei frequentatori di festival e degli appassionati di cinema d’autore. Ma potrebbe non riscuotere lo stesso successo tra un pubblico più mainstream. Il ritmo lento e l’atmosfera inquietante potrebbero scoraggiare gli spettatori alla ricerca di un’esperienza più rapida e coinvolgente. Sebbene l’approccio di Oren possa non piacere a tutti e possa avere difficoltà a farsi strada nei mercati maggiori, lascerà senza dubbio un segno nel cinema contemporaneo, e il suo nome diventerà probabilmente sempre più familiare nel circuito dei festival negli anni a venire.
Objet a è prodotto dalla tedesca Schuldenberg Films con Tarantula Luxembourg e coprodotto dalla greca asterisk*. La spagnola Bendita Film Sales si occupa delle vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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